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OZ AMOS, CONTRO IL FANATISMO

FELTRINELLI, 2004, p.

 

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Un conto è dar la caccia a un manipolo di fanatici sui monti dell’Afghanistan o per i meandri di Gaza e Baghdad. Tutt’altra cosa è invece arginare, guarire dal fanatismo.

Per parte mia non ho alcuna specifica competenza nel campo della caccia, ma serbo qualche pensiero sulla natura del fanatismo e sui modi per ammansirlo, se non redimerlo. L’attacco all’America dell’11 settembre non è classificabile tout court come uno scontro fra povertà e ricchezza.

Però non sono qui per parlare di guerra e pace e pace e amore e amore e rancore – di cui avremo modo di discutere, spero, in un’altra occasione, e più a lungo. Quest’oggi sono qui per parlarvi della mia attività. Operazione incestuosa da parte di un autore, questo disquisire del proprio scrivere.

Molti anni fa pubblicai un libro per ragazzi, intitolato Soumchi: vi svelavo qualcosa della mia infanzia, in tono assai intimo, in prima persona. Allora un giornalista mi abbordò chiedendomi: "Signor Oz, può dirci per favore con parole sue di che cosa tratta questo libro?". Dunque, in sostanza, è la stessa questione che si pone per me: spiegarvi con parole mie di che cosa tratta la mia scrittura.

Vi dirò per prima cosa ciò che non intendo fare: non azzarderò alcuna analisi, non proverò a sfidare gli esperti sul loro terreno, e nemmeno tenterò di dimostrarvi quanto sono bravo come scrittore. Vi racconterò invece alcune storie su come lo sono diventato, su come scrivo e come cancello, vi esporrò alcune delle mie frustrazioni e altrettanti momenti di gioia. So che è molto comune, in particolare in Germania, nella tradizione tedesca, parlare della sofferenza e del travaglio che la scrittura implica. Conosco persino la parola Schmerz usata in questo contesto. Ma preferisco dirvi qualcosa a proposito della gioia di scrivere. O di alcune sue occasioni.
Sono un inguaribile patito della digressione, pertanto ne incontrerete molte in questo mio discorso. Ecco subito la prima. A proposito di gioia: intorno ai dodici anni frequentavo una scuola ebraica religiosa per ragazzi, molto puritana, vittoriana sino allo spasimo – a parte il fatto che nessuno aveva idea di chi fosse la regina Vittoria. Un giorno l’infermiera della scuola, la donna più coraggiosa ch’io abbia mai conosciuto in vita mia, convocò tutti i ragazzi, saremo stati trentacinque fors’anche quaranta, in un’aula. Sprangò le finestre, chiuse la porta e nel corso delle due ore che seguirono ci svelò tutti i segreti della vita. Meccanismi e congegni misteriosi compresi, e quel che entra e dove entra, senza trascurare trombe e tube e tutto il resto. Ricordo che la ascoltavamo pallidi e sbigottiti e scioccati, perché dopo aver descritto tutti questi terribili meccanismi, ci parlò anche dei due famigerati mostri, gli Al Qaeda e gli Hezbollah della vita sessuale: la gravidanza indesiderata e le malattie veneree. Ci sentimmo quasi venir meno.

Ora rammento un piccolo me uscire dall’aula domandandomi: "D’accordo, ho capito la dinamica. Ma chi mai, in possesso delle proprie facoltà mentali, si getterebbe in un guaio del genere?". Evidentemente, l’intrepida infermiera che tutto aveva descritto, s’era scordata di dirci che secondo alcuni la faccenda implica un certo qual godimento. Può anche darsi che non lo sapesse. Ma venendo alla scrittura, spesso quando sento gli scrittori parlare di sofferenza e travaglio e tormento della loro opera, mi torna in mente l’intrepida infermiera. Amici miei, io sono diventato scrittore per colpa dell’indigenza, della solitudine e del gelato. Ero figlio unico di una assai modesta famiglia della classe media, – di fatto, una famiglia povera di Gerusalemme. Mio padre faceva il bibliotecario e mia madre dava sporadiche lezioni private di storia e letteratura. Abitavamo in un minuscolo appartamento che pareva l’abitacolo di un sommergibile, zeppo di libri in diverse lingue. Ma a parte i tomi, c’era ben poco. I miei genitori si ritrovavano con i loro amici nei caffè. E mi portavano con loro, dal momento che ero figlio unico e non c’era nessuno con cui lasciarmi, a casa. Mi dicevano che dovevano conversare con i loro amici e che io dovevo comportarmi bene e che se mi fossi comportato bene, alla fine avrei avuto il gelato. Insomma, il gelato nella Gerusalemme di quell’epoca era più raro che la pace nel Medio Oriente di oggi. Era un sentito dire, una leggenda: solo chi era molto fortunato lo conquistava. Io andavo matto per il gelato, se non che i miei avevano l’abitudine di trascinare quelle loro conversazioni con gli amici ininterrottamente per sette giorni e sette notti. O almeno così sembrava a me. Allora dovevo pur far qualcosa di me stesso, per non urlare o dar fuori di matto: così me stavo lì seduto, come un piccolo detective, a osservare il viavai nel locale – gente che entrava, gente che usciva... e come uno Sherlock Holmes in erba, ne studiavo gli abiti, le facce, i gesti, le scarpe, rimiravo le borsette e ingannavo l’attesa inventando delle piccole storie su questa gente, fantasticando sulla loro provenienza o sui rapporti fra quelle due donne e quell’uomo seduti al tavolino d’angolo, le due che fumavano e lui no, una con l’aria davvero triste, lui che a stento apriva bocca, e l’altra donna che parlava quasi sempre lei. Dovevo inventare una trama. O quell’altro – un giovanotto alto, strano, dall’aria timida, seduto accanto alla porta con un giornale davanti, che peraltro non stava leggendo. Teneva lo sguardo fisso sulla porta, stava aspettando. Un’ora, due, insomma, non era possibile che stesse aspettando il mio gelato, evidentemente si trattava di una persona. Allora mi figuravo chi e perché stava aspettando. Dunque, imparai ad alleviare la mia solitudine osservando la gente, immaginando, inventando, a tratti captando brandelli di conversazione per poi ricomporli e, come un ufficiale della Stasi, ricavare da trascurabili frammenti di informazioni una storia intrigante. Ora, debbo ammettere che continuo a comportarmi così quando mi capitano i cosiddetti "tempi morti", in aeroporto, o quando mi trovo in sala d’attesa dal dentista, o in coda da qualche parte – invece di sfogliare qualcosa o grattarmi la testa, mi do al fantasticare. Certo, le mie fantasie di oggi non sono sempre così innocenti come quelle di allora, quando, bambino, sognavo il mio gelato. Ma ancora fantastico. E credetemi, è un passatempo utile, non solo per un romanziere, non solo per uno scrittore: per chiunque di noi. Accadono davvero tante cose, a ogni angolo di strada, in ogni coda in attesa dell’autobus, in qualunque sala d’aspetto di un ambulatorio, o in un caffè... Tanta di quella umanità attraversa ogni giorno il nostro campo visivo, mentre per gran parte del tempo noi restiamo indifferenti, non ce ne accorgiamo neppure, vediamo ombre invece di persone in carne e ossa. Perciò, con l’abitudine di osservare gli estranei, e con un pizzico di fortuna, finirete presumibilmente per scrivere dei racconti congetturando intorno a quello che la gente si fa a vicenda, a come ci si appartiene a vicenda. Altrimenti, sarà comunque un buon passatempo con tanto di gelato alla fine, un gioco dove non ci sono perdenti.