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Le donne tra responsabilità lavorative e familiari
Chiara Saraceno
30-01-2003
L’Italia è uno dei paesi europei con la più bassa occupazione femminile, nonostante la crescita degli ultimi anni. I dati disponibili segnalano infatti che nel periodo 1993-2001 il tasso di attività femminile è cresciuto più di 5 punti percentuali .....

 

 

L’Italia è uno dei paesi europei con la più bassa occupazione femminile, nonostante la crescita degli ultimi anni. I dati disponibili segnalano infatti che nel periodo 1993-2001 il tasso di attività femminile è cresciuto più di 5 punti percentuali, passando dal 41,9 al 47,3% (mentre quella maschile risulta pressoché stabile, con qualche segnale di diminuzione, dal 73,8% al 73,6%), restando, tuttavia, ampiamente al di sotto della media europea e anche dell’obiettivo del 60% che tutti i paesi membri dovrebbero raggiungere nel 2006.

Lavoro e famiglia: un affare privato

Ciò è dovuto in larga misura alla bassissima partecipazione al mercato del lavoro delle donne adulte in età matura (ultracinquantenni), a causa non tanto dei pensionamenti precoci, quanto della loro appartenenza a coorti per le quali il modello di casalinga a pieno tempo e di dedizione univoca alle responsabilità familiari ha fortemente segnato le strategie di vita adulta. Così nota giustamente Reyneri (1), che è però troppo ottimista quando sostiene che la differenza di partecipazione tra uomini e donne sia destinata ad esaurirsi semplicemente con l’entrata nell’età adulta delle coorti di donne più giovani e mediamente più istruite, con una propensione al lavoro molto diversa dalle loro madri e nonne, e più simile a quella dei loro coetanei. Anche tra le coorti più giovani, infatti, molte donne continuano ad abbandonare il lavoro alla nascita del primo figlio e talvolta anche solo dopo il matrimonio. Più che in altri paesi la conciliazione tra responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro continua ad essere considerata non solo un "affare di donne", ma un "affare privato".

I dati più recenti sulle Forze di Lavoro (2) segnalano che la quota di donne che abbandona temporaneamente o provvisoriamente il lavoro per motivi familiari è costante da una coorte all’altra e se tra le coorti più giovani diminuisce la motivazione del matrimonio, rimane invece forte quella di avere figli. Ad esempio, nella coorte che ha attualmente 30-39 anni, tra le nubili il tasso di attività è di poco inferiore a quello dei loro coetanei: 89,7% ma diminuisce di quasi 11 punti tra le coniugate senza figli e di altri 23 punti tra le coniugate con figli, il cui tasso di attività si abbassa al 56%. Con tassi di attività inferiori, le donne coniugate con figli hanno viceversa tassi di disoccupazione più alti non solo degli uomini, ma delle stesse donne senza figli.

Anche la forte femminilizzazione dell’aumento della occupazione part-time negli ultimi anni, non è priva di problemi. Indica infatti che da parte non solo dei policy makers, ma anche dei datori di lavoro e dei lavoratori, la conciliazione continua a essere un problema che riguarda esclusivamente le donne. Benché il part-time non sia in linea di principio riservato alle donne, lo è in pratica e tutto l’aumento riscontrato in questi cinque anni è dovuto a loro. Non può quindi sorprendere che il genere (l’essere donne) e lo status familiare (l’essere sposata, l’essere madre) riducano le chances occupazionali future delle lavoratrici part-time rispetto a lavoratori e lavoratrici a tempo pieno. Non è il part-time di per sé che riduce queste chances, ma le specifiche ragioni per cui lo si fa: conciliare responsabilità lavorative e familiari.

L’effetto negativo della presenza di responsabilità familiari è più alto per le donne a bassa qualificazione e che vivono nel Mezzogiorno rispetto a quelle con titolo di studio medio-alto e che vivono nel Centro-Nord. L’istruzione per le donne appare ancora più importante che per gli uomini a fini occupazionali e come fattore di differenziazione sociale: incide infatti non solo sul tipo di lavoro cui si può aspirare ma anche sulla possibilità stessa di rimanere nel mercato del lavoro, a parità di ogni altra condizione. Le donne del Centro-Nord con istruzione e qualifiche più alte sono maggiormente in grado di rimanere nel mercato del lavoro lungo il ciclo di vita familiare; anche se "pagano" questa maggiore capacità di durata con differenziali salariali rispetto agli uomini di pari livello e più ampi di quelli che si riscontrano nelle qualifiche più basse.

Conciliare responsabilità familiari e lavorative per le donne è reso difficile non solo da orari di lavoro poco amichevoli e dalla mancanza di servizi adeguati, ma anche, se non soprattutto, dalle aspettative e dai comportamenti dei familiari, innanzitutto dei mariti/padri dei loro figli. Tutte le ricerche sull’uso del tempo segnalano che se si sommano le ore dedicate al lavoro familiare a quelle dedicate al lavoro remunerato, le donne occupate e con responsabilità familiari lavorano dalle 9 alle 15 ore alla settimana in più rispetto ai loro compagni. E ciò è rimasto costante negli ultimi 10 anni. Il maggior carico di lavoro familiare per le donne riduce il tempo che esse possono dedicare al lavoro remunerato e la gamma di occupazioni che possono prendere in considerazione, in termini di distanza, orari di lavoro, ecc. Inoltre le espone al rischio di essere viste dai datori di lavoro come lavoratrici inaffidabili e/o più costose.

Libertà per le donne e nuovi modelli

Modificare questa situazione, aumentando i gradi di libertà per le donne e favorendo modelli di genere, maschile e femminile, meno rigidi, richiede interventi a più livelli: nelle forme di regolazione del mercato del lavoro, nella offerta di servizi, nei modelli culturali e di socializzazione. In questa prospettiva si può accogliere positivamente l’incentivo dato alle aziende nella Finanziaria per il 2003 perché organizzino nidi o micro-nidi aziendali. Tuttavia non va trascurato il fatto che le giovani generazioni, quelle che in linea di principio sono nell’età di essere genitori di bambini piccoli, sono presenti in modo sproporzionato nei contratti di lavoro atipico, e che le donne tendono a rimanervi più a lungo degli uomini. Perciò è l’offerta pubblica o di mercato sociale che va innanzitutto sostenuta.

Analogamente mentre va apprezzato il carattere innovativo della legge 53/2000 (sui congedi genitoriali) - specie là dove incentiva sia una flessibilità amichevole nei confronti dei lavoratori e lavoratrici con responsabilità familiari, sia una più equilibrata ripartizione delle responsabilità di cura tra padri e madri - non ci si può nascondere che il provvedimento riguarda solo il lavoro dipendente escludendo i vari tipi di contratto di lavoro non standard che vedono peraltro una forte presenza di giovani uomini e donne in età riproduttiva. Questi rapporti di lavoro o non includono alcuna misura di protezione della maternità e di sostegno alla conciliazione (è il caso, ad esempio, di chi ha partita IVA) o li hanno in misura ridotta e in un contesto in cui è difficile utilizzarli. Una giovane lavoratrice coordinata e continuativa, ad esempio, difficilmente potrà permettersi di prendere anche solo il periodo di congedo obbligatorio (e infatti non è obbligata), perché l’assegno di maternità è troppo basso. Ancor meno questa giovane potrà permettersi di stare fuori dal mercato del lavoro per un periodo più lungo, non solo per motivi economici ma anche per salvaguardare la propria collocazione professionale.

Nelle discussioni sulla flessibilità nel mercato del lavoro, gli effetti sulle questioni della conciliazione tra responsabilità lavorative e familiari e la vulnerabilità aggiuntiva che ne deriva, in particolare per le donne, meriterebbero di essere meglio messi a fuoco da tutte le parti in causa.

 

(1) Cfr. anche E. Reyneri, Pensioni, fasce di età, genere e livello di istruzione, in lavoce.info, 9.1.2003

(2) Cfr. ISTAT, Rapporto annuale 2001, Istat, Roma, 2002

 

 

 


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