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RENATO MANNHEIMER, Numeri, sistemi elettorali e sondaggi: qualche consiglio per leggere il voto, Corriere - 29 maggio 2002


Come accade dopo ogni elezione, è scoppiata la contesa sulle cifre. Conta il numero di province e comuni conquistati? O i voti ottenuti? E con quale elezione è corretto confrontarli? La verità è che un turno parziale di amministrative difficilmente può indicare, se non in maniera approssimativa e potenzialmente distorta (in molti casi assai più di un sondaggio di opinione effettuato con criteri scientifici) gli orientamenti politici dei cittadini e meno ancora le loro intenzioni nel caso di votazioni per il Parlamento. Anche i raffronti sono ardui. Quello con le politiche è in parte falsato dal fatto che i sistemi elettorali sono differenti (il voto di lista per la Provincia, in presenza dell'elezione diretta del presidente, è da tutti i punti di vista, cosa diversa dalla scelta di partito per la Camera) e che in occasione delle amministrative si presentano molte liste locali che non hanno spazio alle politiche. Il raffronto con le provinciali precedenti sconta, com'è ovvio, il grande lasso di tempo intercorrente e le conseguenti modificazioni occorse nel sistema politico.
Per questo occorre considerare con grande cautela i dati sui voti complessivamente ottenuti nelle 10 consultazioni provinciali, riportati nella tabella. E' vero, ad esempio, che essa mostra un calo di Forza Italia rispetto alle politiche e, al tempo stesso, un forte incremento rispetto alle provinciali. Riguardo a queste ultime bisogna ricordare che allora Forza Italia subiva una molto maggiore «concorrenza» della Lega che il partito di Berlusconi è riuscito negli anni a contenere sempre più. E rispetto alle politiche, Forza Italia sconta l'assenza di quel candidato-simbolo che è stato capace di attrarre verso di sé un quantità molto rilevante di voti: Silvio Berlusconi. Anche se va detto che i sondaggi - quelli veri - sembrano mostrare comunque sul piano nazionale una certa erosione del consenso per il partito del Cavaliere.
La Lega vede diminuita drasticamente la propria forza rispetto alle amministrative precedenti - le ultime prima della debacle del partito di Bossi -, ma fa registrare una crescita rispetto alle politiche. Ancora una volta, il dato è di ardua interpretazione: da un verso può essere segno di una ripresa del movimento padano negli ultimi mesi, dall'altro sconta il fatto della persistente «territorialità» dei leghisti.
Anche la crescita dei Ds rispetto al pessimo risultato dello scorso anno può essere riferita alle speciali circostanze locali, ma è anche l'indicatore di una possibile ripresa di consensi. Che, per la verità, sarebbe in una qualche misura confermata dai dati di sondaggio rilevati su scala nazionale.
In definitiva, queste elezioni sembrano riconfermare nelle sue linee generali il quadro politico esistente. Che vede la permanenza di una netta supremazia del centrodestra. Con, al tempo stesso, una crescita dei Ds rispetto all'anno scorso. Anche se la fragilità dei dati a disposizione potrebbe suggerire a Fassino di considerarli più un buon auspicio e un incoraggiamento che la prova di una vera tendenza in atto.