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In La Repubblica 22 ottobre 2001

Samuel Huntington
Quanto pesa il fattore Osama

IL NUOVO SCENARIO INTERNAZIONALE

MICHAEL STEINBERGER


Samuel Huntington, politologo presso l'Università di Harvard, sostiene che la politica internazionale sarà dominata da un "conflitto di civiltà" che con ogni probabilità vedrà l'Occidente opporsi al mondo musulmano e ad altre culture.
Professor Huntington, ci troviamo di fronte a quel conflitto di civiltà da cui lei ci ha messo in guardia per quasi un decennio?
«E' chiaro che Osama bin Laden vuole che fra Islam e Occidente ci sia un conflitto di civiltà. La priorità principale del nostro governo è quella di cercare di evitare che questo accada, poiché, infatti, esiste un concreto pericolo che la situazione evolva in questa direzione. Cercando di raccogliere consenso nei paesi e fra i popoli musulmani l'amministrazione ha agito nel giusto modo. Qui, negli Stati Uniti, si registrano forti pressioni affinché siano attaccati anche altri gruppi terroristici o altri stati che aiutano i gruppi terroristici. A me sembra che questo potrebbe dilagare in un conflitto di civiltà».
E' stato sorpreso dal fatto che i terroristi fossero tutti individui ben istruiti e appartenenti al ceto medio?
«Per nulla. Gli individui coinvolti nei movimenti fondamentalisti, islamici o di altra ispirazione, sono molto spesso quelli che hanno ricevuto un'istruzione superiore, anche se ovviamente la maggior parte di loro non diventano terroristi. Ma qui si tratta di persone giovani, intelligenti e ambiziose, che vogliono mettere la loro istruzione al servizio di un'economia moderna e sviluppata, e si sentono frustrati dalla mancanza di posti di lavoro e di opportunità. Queste persone sono anche messe sotto una specie di pressione incrociata dalle forze della globalizzazione e da ciò che essi considerano essere l'imperialismo e la supremazia culturale dell'Occidente. Ovviamente loro si sentono attratti dalla cultura occidentale, ma al tempo stesso se ne sentono respinti».
Lei ha scritto che "l'Islam ha confini insanguinati". Che cosa intendeva dire esattamente?
«Se si osservano attentamente i confini del mondo musulmano, si scopre che esistono moltissimi conflitti locali che coinvolgono i musulmani e i non musulmani: in Bosnia, in Kosovo, in Caucaso, in Cecenia, nel Tagikistan, in Kashmir, in India, in Indonesia, nelle Filippine, in Africa settentrionale, il conflitto fra palestinesi e israeliani. I musulmani combattono anche contro altri musulmani, e molto più di quanto non facciano fra loro altre civiltà».
Intende dire che l'Islam incoraggia la violenza?
«Non credo che l'Islam sia una religione più violenta delle altre e penso che, se si facesse un bilancio complessivo, scopriremmo che nel corso dei secoli sono state massacrate molte più persone dai Cristiani che dai Musulmani. Ma il fattore decisivo è quello demografico. In linea generale, quelli che vanno in giro ad ammazzare la gente sono giovani maschi, di età compresa fra i sedici e i trenta anni circa. Negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta il tasso di natalità nel mondo musulmano è stato elevatissimo e questo ha portato ad un enorme aumento del numero di giovani. Però questo picco demografico è destinato ad abbassarsi: il tasso di natalità nel mondo musulmano, infatti, sta scendendo, e in alcuni paesi è già precipitato in modo vistoso. Originariamente l'Islam si diffuse con la spada, ma non credo che nella teologia musulmana ci sia qualcosa di intrinsecamente violento. Al pari di altre grandi religioni, anche l'Islam può essere interpretato in una gran varietà di modi. Gli individui come bin Laden si appigliano a determinati precetti del Corano, come il comandamento di andare ad uccidere gli infedeli. Il papa, quando lanciò le Crociate, fece esattamente la medesima cosa».
Gli Stati Uniti dovrebbero fare di più per promuovere la democrazia e i diritti umani in Medio Oriente?
«Sarebbe auspicabile, ma è anche molto difficile. Nel mondo islamico esiste una naturale tendenza ad opporre resistenza all'influenza occidentale, il che è comprensibile, se si prende in considerazione la lunga storia dei conflitti fra l'Islam e la civiltà occidentale. Nella maggior parte delle società musulmane esistono ovviamente gruppi di persone favorevoli alla democrazia e ai diritti umani, e credo che noi dovremmo appoggiare proprio questi gruppi. Ma a questo punto ci troveremmo in un'assurda situazione: molti dei gruppi che in quelle società sono contrari alla repressione sono fondamentalisti e anti americani. Lo abbiamo visto in Algeria. Per gli Stati Uniti promuovere la democrazia e i diritti umani sono obiettivi molto importanti, ma abbiamo anche altri interessi. Il Presidente Carter s'impegnò moltissimo nella promozione dei diritti umani, e quando feci parte del suo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, avemmo innumerevoli discussioni su come agire. Ma, per quanto ricordo, nessuno suggerì mai di promuovere i diritti umani in Arabia Saudita, e per ragioni molto ovvie».
A parte i nostri più stretti alleati, nessun paese si è schierato più fermamente con gli Stati Uniti della Russia. E' forse giunto il momento in cui la Russia si sposterà risolutamente verso l'Occidente?
«In queste specifiche circostanze, la Russia si è voltata verso l'Occidente per ragioni pragmatiche e con un fine ben preciso. I Russi si sentono seriamente minacciati dai terroristi musulmani e considerano utile schierarsi con l'Occidente e acquistare credito presso gli Stati Uniti, nella speranza che noi ridurremo le campagne di espansione della Nato negli stati Baltici e i missili per la difesa. Si tratta di una coincidenza di interessi, e non credo che dobbiamo pertanto esagerare, pensando ad un nuovo grande allineamento. Penso tuttavia che essi siano anche molto preoccupati per la crescita della Cina e questo li induce a girarsi verso l'Occidente».
In questa guerra contro il terrorismo, l'India e la Cina, due paesi che lei pensava sarebbero stati in conflitto con gli Stati Uniti, si sono invece alleati con noi. Questo conflitto potrebbe quindi configurarsi come Islam contro il resto del mondo, invece che Occidente contro il resto del mondo?
«E' molto plausibile. Ci sono musulmani che lottano contro gli occidentali, contro i cristiani ortodossi, contro gli ebrei, contro gli indù, contro i buddisti, ma bisogna anche ammettere che nel mondo vivono un miliardo di musulmani, che si snodano attraverso l'emisfero orientale dall'Africa occidentale fino all'Indonesia orientale, e che interagiscono con dozzine di popoli differenti. Quindi si può dedurre che essi abbiano maggiori occasioni di venire a conflitto con altri».
La critica che le è stata rivolta più frequentemente è che lei dipinge intere civiltà come blocchi compatti.
«Questo è del tutto falso. Nel mio libro, il principale capitolo sull'Islam s'intitola "Consapevolezza senza coesione" e tratta di tutte le divisioni del mondo islamico, delle lotte dei musulmani contro musulmani. Persino nell'attuale crisi sono divisi. Ci sono un miliardo di persone e tutte queste sottoculture, le tribù. L'Islam è meno compatto di qualsiasi altra civiltà. Con l'Islam il problema è lo stesso che Henry Kissinger espresse circa trenta anni fa a proposito dell'Europa: "Se dico Europa, a quante Europe penso?" E quindi, se dico mondo islamico, a quanti mondi islamici penso? L'Islam può causare problemi proprio perché è poco compatto: se esistesse un potere dominante nel mondo islamico, si potrebbe trattare con loro. Ma ora tutto quello che possiamo constatare è un gran numero di gruppi islamici in lotta gli uni con gli altri».
Copyright New York TimesLa Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti