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Amato: economia, la sinistra segua Blair
di DARIO DI VICO
 

  dal Corriere - 9 maggio 2005


Giuliano Amato, l’ex premier, applaude il terzo successo laburista e lo lega ai temi della politica economica: «Dai governi Blair abbiamo da imparare. Hanno saputo valorizzare la City, ma anche rilanciare le aree in crisi. La nostra vera priorità sarà rimuovere
le aspettative negative degli italiani»
A pagina 8


«Meno incentivi a pioggia, la sinistra segua Blair»
Amato: dieci Pistorio per far ripartire il Paese. Rischiamo di tornare agli anni ’30, banche azioniste di tutto «Le Opa straniere? E’ fuorviante discutere di italianità. Bankitalia rifletta sull’isolamento internazionale»

ROMA - «Certo, se penso alle politiche che ci servono, dai governi Blair abbiamo da imparare. Hanno saputo rilanciare Liverpool e Manchester, le capitali della deindustrializzazione, realtà che un gran numero di italiani ha conosciuto attraverso i film di Ken Loach. Blair ha saputo trasformare le aspettative negative degli abitanti di quelle città, non ha giocato solo sulla valorizzazione della City. Sono esempi che servono, lo dico all’Unione, ma non solo a essa». Giuliano Amato applaude al terzo successo laburista e lo lega ai temi della politica economica, agli indirizzi che il centro-sinistra deve formulare perché, come ha saputo fare l’inquilino di Downing Street, sia capace di mutare «le aspettative negative degli italiani». Con un avvertimento: «Non ci sono politiche economiche centralizzate che ci possano salvare, né quelle di destra alla Laffer a colpi di tagli delle tasse, né quelle di sinistra alla Keynes fatte di incentivi automatici e di grandi programmi di opere pubbliche». Il suo «no» al taglio delle tasse non è, quindi, pregiudiziale?
«Vorrei evitare che discutessimo per un anno se ci conviene o no presentarci alle elezioni come tagliatori delle imposte. Dico più semplicemente che per le condizioni del nostro deficit non ci possiamo permettere un vero shock fiscale, quindi è inutile discuterne. Soltanto Washington se lo può consentire grazie al trasferimento sui consumatori americani dei vantaggi dovuti al signoraggio del dollaro. Il taglio che si potrebbe fare a Roma sarebbe tutt’al più nell’ordine delle gocce. Loro lo fanno a galloni».
Anche le ricette tradizionali della sinistra fanno acqua?
«Non si devono dilapidare risorse incentivando questo o quello, senza sapere chi e come potrà avvalersene. Né serve solo spendere di più per fini buoni. Alcuni congegni di incentivo per le università sono imperniati solo su parametri quantitativi, più sforni laureati più incassi, più l’esamificio funziona più soldi ti dà lo Stato. Risultato: si promuovono tutti per recuperare soldi. Insomma, non basta più recitare i comandamenti di Lisbona, ripeterci la parola innovazione un centinaio di volte a riunione. Ci vogliono politiche che gli economisti chiamano microeconomiche, molto puntuali e capaci di cambiare concretamente il clima e le condizioni in cui lavora l’impresa».
Sta rilanciando il localismo nell’epoca della globalizzazione?
«Un po’ di De Rita ci vuole, una ricognizione delle condizioni specifiche è necessaria. Non credo a nuovi Alessandro Magno che dal loro trono politico tagliano i nodi gordiani. Vanno meglio dieci Pistorio che fanno come Blair, creano un polo tecnologico avanzato in Sicilia anche avvalendosi di soldi pubblici, ma raccordandosi con l’università e scegliendo le infrastrutture che veramente servono. Così si evita la delocalizzazione cha angustia noi e anche quei nostri amici francesi che finiranno per votare "no" al referendum sulla Costituzione europea per paura del mondo globale».
Ma come fa un esponente della sinistra a dialogare con un piccolo imprenditore alle prese con la concorrenza cinese senza, parole sue, «fargli venire l’orticaria»?
«Deve cambiare le sue aspettative negative. Non siamo un Paese indigente dove mancano imprese e ricchezza finanziaria. E se le aspettative cambiano, lo si rimette in moto. Senza piani astratti, ma partendo dalle cose che sappiamo fare: abbigliamento, meccanica di precisione, ma anche impiantistica e telecomunicazioni. Ma poi applichiamo il modello Pistorio e puntiamo sulle reti locali».
Ammesso che la nostra piccola impresa ritrovi fiducia e si doti di visione, nel frattempo la grande sopravvive grazie alle banche.
«Rischiamo di tornare agli anni ’30, con le banche azioniste di tutto. E’ accaduto in Fiat, speriamo che non si propaghi. Ma il rilancio della grande impresa italiana può avvenire solo in chiave europea. Non credo ai campioni nazionali, spero in grandi imprese di livello europeo che abbiano forte attenzione all’Italia e al suo mercato interno. Lo scongelamento di Edf ed Enel di questi giorni è una novità interessante. Se ci fosse un accordo europeo per le due nostre compagnie di bandiera, la Fiat e l’Alitalia, lo troverei utilissimo. Detto questo, e fermo restando che non c’è sistema industriale senza grandi imprese, il destino di quelle che avevamo è diventato, per nostra fortuna, meno decisivo di una volta».
Ne è proprio sicuro?
«Lo dimostra proprio l’indotto della Fiat, che, dovendo reagire agli alti e bassi dell’azienda madre, è riuscito a diventare un ex indotto, ha saputo trovare nuovi clienti e uscire così dalla condizione di fornitore monomarca. Per Torino è stata una reazione importante».
Ma anche sullo scongelamento di Edf ed Enel c’è chi avanza dubbi.
«Guardo a quell’accordo con fiducia mista a sospetto. Si può rivelare propedeutico alla nascita di un vero mercato elettrico, ma può anche concretizzarsi in un’intesa collusiva tra Enel ed Edf per scambiarsi quote di mercato. Per capirlo vedremo se i nostri imprenditori continueranno o meno a pagare l’energia il 30% in più dei loro concorrenti europei. Qualcosa del genere, comunque, interesserà anche il mercato della telefonia, perché, se a distanza di anni dall’inizio del processo di liberalizzazione la quota di mercato degli ex monopolisti è rimasta alta, per merito delle tecnologie miste le Telecom dovranno diventare per forza europee, dovranno servire una clientela soprannazionale».
Per tornare a Blair, lei crede al modello Wimbledon (l’importante è che il più grande torneo di tennis si svolga in Inghilterra, non che in finale ci siano giocatori locali)?
«Per la crescita di una società l’essenziale è che la ricchezza finanziaria si muova verso gli investimenti produttivi, meglio quindi che si giochi da noi con protagonisti anche stranieri, invece che gli investimenti se ne vadano da un’altra parte».
Che ne pensa del protagonismo dei nuovi immobiliaristi? La sinistra appare incerta: una parte li blandisce, l’altra li guarda con sospetto.
«Non li conosco abbastanza, di sicuro sarebbe utile se adottassero la massima trasparenza, se ci facessero capire come hanno potuto accumulare le loro fortune. Sono i nostri piccoli Abramovich. Molto è dipeso dalla crisi della Borsa e dalla capacità di drenaggio del risparmio che il mattone ha ripreso ad avere, ma lo scudo fiscale di Tremonti non è estraneo al rafforzamento di questi patrimoni finanziari interni».
In queste settimane è parso però che gli immobiliaristi fossero i paladini dell’italianità, la risposta alla colonizzazione a colpi di Opa.
«Nelle banche si è lavorato bene negli ultimi anni, ci sono istituti più robusti ed efficienti, ma i costi per la clientela minuta sono rimasti molto alti e c’è insoddisfazione. A paragone di questi costi la "rapina" che un presidente del Consiglio (lo stesso intervistato, ndr ) fece nel ’92 tassando il 6 per mille sui conti correnti degli italiani appare un colpo da boy scout . Per questo motivo è bene che le nostre banche si contaminino, che mutuino dagli stranieri culture, regole e servizi. E’ questo il modo giusto per affrontare le Opa su Bnl e Antonveneta. Per carità, due banche importanti, ma non sono certo l’emblema del Paese, mi pare più choccante la cinesizzazione della Ibm che l’olandesizzazione dell’Antonveneta».
Ma per noi italiani l’unica chance è un’europeizzazione a senso unico, sempre nella veste di prede?
«Il Bilbao dà in cambio proprie azioni e quindi incrocia le nazionalità. La reciprocità è dentro l’offerta stessa. Quindi la discussione sull’italianità è fuorviante, sono operazioni ad alta europeità. E’ stato un bene che la Banca d’Italia abbia autorizzato l’Opa dell’Abn Amro perché è evidente che nelle settimane precedenti era maturato nell’opinione pubblica un certo disagio per i contatti personali, diretti e unilaterali che palazzo Koch ha tenuto con alcuni protagonisti della vicenda. Il tutto è sembrato poco coerente con i principi di imparzialità».
Ha sostenuto D’Alema che non bisogna essere troppo schizzinosi verso gli immobiliaristi, visto che nel capitale delle banche le Fondazioni devono uscire, i fondi pensione non ci sono…
«L’azionariato delle banche è solo lo specchio leggermente deformato del capitalismo italiano. Dai salotti buoni siamo passati a un mondo variopinto ed è curioso che un capitalismo maturo come il nostro presenti alcune caratteristiche dei sistemi post-comunisti compresi i piccoli Abramovich. E se volessimo fare un paragone occidentale, mi viene in mente più papà Kennedy che non John Fitzgerald. A maggior ragione bisogna rafforzare il tessuto produttivo, perché lì c’è tradizione industriale vera, valori, continuità, attenzione al futuro».
E’ preoccupato dell’immagine internazionale del nostro Paese? Il «Financial Times» e il «Wall Street Journal» sono feroci contro Bankitalia.
«Si registra un certo isolamento internazionale della Banca d’Italia, spero che ciò sia oggetto di riflessione dentro l’istituzione e i comportamenti futuri siano emendativi. Può darsi, invece, che si insista e a quel punto saranno il ministro dell’Economia e il Consiglio superiore della Banca d’Italia a valutare la situazione creatasi».
Dario Di Vico