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Sinistra, basta con la panzana del complotto di LUCIA ANNUNZIATA
 
stralci di un capitolo del libro di Lucia Annunziata, inviata della Stampa, "La sinistra, l'America, la guerra", Mondadori

 

Esiste una teoria che ci accompagna da almeno un secolo: il complotto come essenza della storia. Le sono stati dedicati molti libri, ma la sua persistenza non è giustificata dalla suggestione esercitata dal termine. L'esistenza di questa teoria affonda, infatti, in aspetti della vita umana che poco hanno a che vedere con le ragioni dell'intelletto. Si annida nei luoghi più privati, più intimi: nelle zone oscure delle paure, cioè esattamente lì dove si origina o si sgretola la nostra forza. Toccate quelle zone, date voce alle paure, date un volto, una razionalità e un progetto ai timori irrazionali, e dominerete mondo. È una logica che tutti i fascismi e i comunismi, tutte le ideologie autoritarie, conoscono bene: date forma alle paure degli uomini spezzerete i loro principi solidarietà, di socialità e, ultimo, di dignità. Se il timore dell'influenza di forze oscure - siano esse i travestimenti del Diavolo o sette come i templari - sempre stato presente e diffuso, il passaggio dal timore alla teoria segna un vero e proprio mutamento di orizzonti. Non a caso, il più famoso dei libri sul Grande Complotto, i Protocolli dei Savi di Sion, scandisce e insieme definisce l'avvio del ventesimo secolo, il più sanguinoso della nostra storia. I Protocolli hanno, infatti, servito molte dittature, e ancora oggi non smettono di far danni. quelle pagine si capisce con chiarezza in che cosa consiste la teoria del complotto: l'idea che il mondo non una costruzione collettiva, ma una tela intessuta da Pochi e Potenti. Un concetto che si è rivelato negli anni uno degli strumenti più efficaci contro la democrazia. I bagni di sangue del Novecento ne sono i più tragici testimoni. L'idea del Governo mondiale [...] molto spesso, la teoria non è solo avallata da chi la formula, ma viene alimentata dalle stesse persone che sono sospettate di parte del complotto. L'idea di un Grande Fratello, di Grande Vecchio o di un Supergoverno mondiale è stata persino usata come giustificazione dagli accusati: l'esperimento Stay Behind aveva come assunto l'esistenza di un Governo mondiale; gli agenti che armarono la mano di Alì Agca erano convinti di poter stabilire, o influenzare, uno schema di forze analogo. Ma le posizioni più sorprendenti sono state, forse, quelle del senatore Giulio Andreotti e dell'ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, che hanno spiegato Mani pulite e i successivi processi con la presenza, appunto, di governi mondiali. Nel caso specifico, un cambiamento di rotta nelle alleanze degli Stati Uniti che avrebbe poi permesso a gruppi italiani (i giudici?) di portare a compimento la loro azione. Insomma, un'inter pretazione a specchio del complotto, come quella che oppone il premier Berlusconi ai giudici, e viceversa. La teoria sarebbe potuta e dovuta finire con il secolo appena concluso, con i barocchismi e le ossessioni delle ideologie autoritarie di cui è stato incubatore, se il secolo nuovo, con le sue tragedie inedite, non ci avesse traumaticamente riproposto il più grande di tutti i complotti: le Due Torri, un nuovo conflitto mondiale. Tanto più for te quanto più indimostrabile, tanto più credibile quanto più fantasiosa, l'ipotesi della manipolazione totale si è affermata senza dover tanto faticare. Da una parte e dall'altra. Con una vendicatività e uno sprezzo per qualsiasi ricerca della verità, come se questa fosse stata solo, e troppo a lungo, una convenzione. La teoria negazionista Subito dopo l'attacco alle Due Torri la teoria del complotto prese il volo sulle ali di un libro, "L'incredibile menzogna", uscito in Francia a firma di Thierry Meyssan del Réseau Voltaire, in cui si metteva "a nudo" la verità sul più grande attacco terroristico della storia. E che verità! Per esempio: sul Pentagono non si sarebbe schiantato nessun aereo; si sarebbe trattato di un attacco missilistico guidato dagli stessi americani. Altro esempio: nessun ebreo sarebbe morto nell'attacco alle Due Torri perché gli israeliani li avrebbero avvertiti. Ancora Bush è stato costretto a fronteggiare un tentativo di colpo di Stato. Insomma, l'amministrazione USA (con la complicità di Israele) avrebbe organizzato l'attacco contro i propri cittadini per scatenare una guerra che rilanciasse l'economia, affermando la supremazia americana. [...] Da quel libretto, che era poi solo la punta dell' iceberg di un universo intellettuale parallelo, opportunamente abitato nel mondo virtuale e alternativo alla Rete, si è sviluppata un' interpretazione "cospirativa" della presenza di Bush: fondata su elezioni rubate e sostenuta dalle potenze di un supergoverno mondiale del petrolio, manovrato da gruppi esoterici come quelli allignati dentro la destra radicale americana, a loro volta collegati con la forza e le intelligenze globali della lobby ebraica incarnata in Israele. In maniera non così sbrigativa e semplificata, questa lettura ha di fatto raggiunto il "mainstream" e anche gli ambienti democratici più soisticati. Da parte sua il governo Bush si è mosso totalmente dentro questa visione esoterica: il più clamoroso elemento di novità arrivato a Washington con George Jr. è stato proprio un rinnovamento del linguaggio della politica, sostituito con un mix di colte referenze classiche (il miglior contributo dei Neocons), di geopolitica e di fede. Ogni gesto mondano è stato trasfigurato in atti di resa a un ordine superiore («è nostro obbligo morale esportare la libertà ») o in metafore di rinascita religiosa, quali i ripetuti riferimenti di Bush alla «Città sulla collina» o alle «Mille Luci», citazioni che altro non sono se non parte della tradizione culturale dei primi pellegrini, e che hanno, invece, messo in allarme i tanti lettori di complotti massonici. La verità è che, se anche ci fosse un governo segreto mondiale, ai cittadini toccherebbe comunque misurarsi con lo stato di cose che esso determina. Senza contare che, a forza di guardare alle verità nascoste, si finisce per perdere di vista, come sta accadendo, proprio le verità evidenti. Verità evidenti che, nel caso della politica americana (e internazionale), si sono ripresentate la notte delle elezioni. Metà degli elettori degli Usa, e la maggior parte del resto del mondo, si sono trovati davanti alla «sorpresa » della vittoria popolare - con 3,5 milioni di voti in più - di un presidente considerato per quattro anni un inetto, o peggio, prigioniero di una guerra decisa per le ragioni sbagliate e dominato dal mondo degli affari, militari e petroliferi. La rielezione di George Bush è diventata così un brutale disvelamento: di quanto esigui siano ormai gli strumenti intellettuali della sinistra e di come spesso questa stessa sinistra sostituisca le proprie speranze alla realtà. È facile anche vedere come una visione della politica deformata da un'idea oscura della dinamica decisionale, spiegata con idee complottarde di accordi e patti segreti, serva solo a focalizzare una campagna di odi e di denunce, ma non a trovare i veri punti di forza e di debolezza. Un punto di non ritorno Bush è, forse da Richard Nixon in poi, il presidente più odiato del secondo dopoguerra, raramente qualche altro politico ha attratto tanta irrisione e tante denunce. Con la conseguenza che poche campagne elettorali sono state, come questa, un referendum contro, più che una competizione di programmi. E il referendum è finito a suo favore. Che la vittoria di Bush sia un punto di non ritorno per la sinistra, ci sono pochi dubbi. La sua influenza ha riflessi enormi non solo sulle relazioni internazionali, ma nella situazione interna alle varie nazioni: in Francia, in Inghilterra, in Russia, nei paesi arabi e, non ultimo, in Italia. Da noi la vittoria di Bush ha rinvigorito la destra italiana, in particolare quella rappresentata dal premier Berlusconi, la cui ricetta politica ha molti punti in comune con quella del presidente americano, dall'intreccio fra affari e governo all'aspirazione dinastica, cioè al desiderio di costruire una struttura di potere di natura familista (per Bush si parla di lanciare il secondo fratello Jeb alle presidenziali del 2008, per Berlusconi di presidenza italiana). Anche l'opposizione è molto simile: una sinistra frammentata, pronta più alla denuncia del premier che a sottrargli voti nella realtà del paese. A Silvio Berlusconi la vittoria di George Bushha offerto una nuova modalità politica subito colta dai suoi intellettuali: sogno e pugno di ferro, radicalismo e azione. La lode del coraggio, dello sguardo in avanti, del tentare a ogni costo. Senza grandi scrupoli nelle relazioni personali e di coalizione, senza tante esitazioni nella scelta di come buttare il cuore oltre l'ostacolo. Capire, dunque, perché ha vinto Bush, e soprattutto perché e dove ha perso la sinistra americana, è un'analisi necessaria per ridefinire il dibattito della sinistra italiana. I Democratici americani, pur così diversi dai partiti, tutti di ispirazione marxista, della sinistra europea, hanno avuto, direttamente e indirettamente, un ruolo importante nell'indicare la strada al potere. Basta pensare a Clinton e all'influenza che i suoi otto anni di presidenza hanno avuto sia nel far pesare a sinistra il voto europeo sia nel fornire ai governi di sinistra europei «framework» intellettuali forti: Dalla Terza Via alla Guerra Umanitaria, al famoso «it's the economy, stupid», con cui di fatto si riassumeva il concetto di necessario spostamento al centro dell'asse politico nei paesi occidentali. La caduta di Clinton, segnata sfortunatamente dalle sue vicende con la stagista, non è stata mai davvero esaminata dalla sinistra. Si sono scritti molti libri: ma quelli dei Democratici sono stati perlopiù agiografici, mirati (giustamente) a difendere una presidenza eccezionalmente innovativa da una fortissima campagna di denigrazione. Con l'aggravante che l'arrivo di Bush, nel 2000, alla Casa Bianca non era stato di fatto mai accettato, a causa dello stretto margine di voto. La teoria del complotto (nelle sue forme più o meno eleganti, più o meno sofisticate) ha preso così il posto della disamina della sconfitta, rapidamente accollata ieri a Gore e oggi a Kerry. Le ragioni della sconfitta Un po' come è successo, del resto, in Italia con la vittoria della Casa delle Libertà, spiegata con l'influenza delle televisioni, la forza dei soldi e, a volte, la dabbenaggine dei votanti. I Democratici americani hanno perso quattro anni a non guardare in faccia la realtà, per risvegliarsi la notte delle elezioni davanti a un voto popolare innegabile. Ora la scelta non c'è più: non ci sono angoli esoterici in cui andare a leccarsi le ferite. Per una forza politica l'unico modo di ricominciare è quello di capire le ragioni della propria sconfitta. A distanza di pochi mesi dal risultato elettorale americano, però, questo processo di comprensione non è stato ancora avviato. È vero che un passo avanti sembra essere stato fatto: quanti intendevano riprendere la strada del complotto (e ce ne sono ancora) non hanno raccolto i consensi che speravano. La sinistra mondiale non pare disposta a imboccare la via della consolazione, il che è certamente l'elemento più positivo di cui disponiamo. Questo piccolo libro non ha ovviamente l'ambizione di rispondere a tutte le domande che sono sul tavolo. È solo una modesta offerta di materiali concreti, e di ulteriori domande.