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Intellettuali, liberatevi dal «berlusconismo»
La prima essenziale responsabilità riguarda ormai la sopravvivenza stessa della società civile e della democrazia
di Giulio Ferroni
 

  da l'Unità - 25 gennaio 2006


ETICA E POLITICA/3 La vecchia concezione di «impegno», così come la vecchia politica, oggi non funzionano più. Una cultura responsabile e libera dovrà innanzitutto operare una critica radicale ai modelli culturali imperanti (anche a sinistra)

La «questione morale» riguarda naturalmente anche gli intellettuali: e non c’è certo da meravigliarsi se molti di essi restano refrattari a prenderla in considerazione, e continuano ad ironizzare di fronte al ricordo degli accorati ammonimenti di Enrico Berlinguer. La questione morale chiama direttamente in causa il concetto di responsabilità e la vecchia categoria dell’impegno. Ma in che consiste propriamente la responsabilità intellettuale, da quella più generale dei comportamenti degli intellettuali di fronte alla società sia quella più particolare delle loro scritture? Nei termini più generali, e facendo riferimento alle stesse radici della parola (da respondeo), la responsabilità indica una commisurazione al contesto, una risposta alle esigenze dell’universo in cui si è inseriti (le esigenze «autentiche», che non coincidono necessariamente con le dirette richieste dei soggetti che lo costituiscono), che ne sostengano l’equilibrio, la persistenza e l’eventuale miglioramento. Discorsi e comportamenti responsabili saranno quindi quelli che partono da una valutazione delle condizioni reali, delle compatibilità, dei possibili effetti, delle conseguenze che ne possono scaturire. Nell’individuazione dell’orizzonte attuale della responsabilità credo sia ancora essenziale la riflessione, pochissimo penetrata nel nostro paese, di Hans Jonas e della sua opera capitale Il principio di responsabilità (Das Prinzip Verantwortung, 1979). Jonas sottolinea la frattura radicale che l’avvento delle tecnologie moderne e postmoderne ha creato nell’agire umano, rispetto a ciò che esso è stato in tutto il precedente corso del tempo: la potenza delle tecnologie e l’impossibilità di prevedere i loro esiti impone un’etica pubblica che metta in guardia dalle incombenti e sempre possibili catastrofi, dallo stravolgimento e dalla deformazione dell’umano, poiché «c’è da conservare l’eredità di un’evoluzione precedente che non può essere così radicalmente cattiva se ha lasciato in eredità ai suoi attuali possessori la capacità (autoattribuitasi) di giudicare sul bene e sul male. Ma tale eredità può essere smarrita». Tutto ciò impone una particolare cura per il futuro e per le conseguenze di ogni atto politico, produttivo, economico, comunicativo, per le rovine a cui può dar luogo (oggi inquinamento dell’ambiente, inquinamento delle coscienze, violenza sulle persone e sulle cose): la prima essenziale responsabilità, che fa da quadro a tutte le responsabilità particolari, riguarda ormai la sopravvivenza stessa delle società civili, del tessuto di relazioni che le tiene in piedi, delle forme certo imperfette ed aleatorie ma mai adeguatamente superate della democrazia, degli habitat naturali e mentali, delle stesse esistenze di miliardi di esseri umani.
I rivolgimenti che si sono dati alla fine del XX secolo e gli sconvolgimenti con cui ha avuto inizio il nuovo millennio hanno categoricamente smentito le ipotesi politiche e rivoluzionarie su cui si era a lungo sostenuto l’impegno degli intellettuali di sinistra, il valore di atti e gesti non attenti ai loro esiti effettivi: e in molti casi hanno mostrato la natura illusoria e mistificatoria di quell’impegno, le contraddizioni e gli equivoci che lo costituivano. L’engagement novecentesco ha chiesto a lungo agli intellettuali di essere dalla parte della storia, di collaborare alla costruzione di un futuro disegnato secondo modelli precostituiti, nell’illusione di muoversi verso la liberazione dell’umanità: esso si collegava ai sogni e alle presunzioni della modernità, all’ipotesi di una inarrestabile accelerazione della storia verso un indefinito progresso, identificato con lo sviluppo industriale e tecnologico, con il benessere collettivo, con l’emancipazione del terzo mondo, con il socialismo. Insieme alla crisi e al crollo del comunismo sono crollati gran parte dei presupposti di quell’engagement, mentre si è data una vera e propria saturazione della modernità, che gli apologeti del postmoderno continuano a interpretare in termini incongruamente ottimistici, ma che si prolunga come frana, deriva, accelerazione indeterminata, incontrollabilità dei processi, rigurgiti di pregiudizi e fondamentalismi, intreccio perverso tra violenza e virtualità. Questo percorso in Italia ha avuto esiti del tutto particolari, con il passaggio dalla mitologia rivoluzionaria al terrorismo, dal riformismo progressista e modernizzante al più spregiudicato esercizio del potere, fino alla piena presa in carico della cultura dell’apparenza e dell’effetto mediatico (il mondo di Berlusconi e la mimesi/parodia di Berlusconi). Di fronte a tutto ciò c’è motivo di credere che un autentico impegno non possa coincidere più con la collaborazione ad un percorso storico, ad una tendenza o ad una linea politica, ma debba svolgersi solo come conoscenza e testimonianza, ricerca di verità, lotta contro la saturazione del linguaggio, battaglia per un’etica delle istituzioni e cura per vicende e luoghi concreti, situazioni specifiche, persone reali. Responsabilità dell’intellettuale sarà allora in primo luogo, come ebbe a suggerire Elias Canetti, «responsabilità per la vita che si distrugge», impegno a dar voce alla resistenza dell’umano e della natura, alle ipotesi di equilibrio e di razionalità che si sono faticosamente costruite nei secoli, alla salvaguardia delle esistenze e degli spazi vitali dalle oppressioni che le attanagliano e dalle molteplici minacce che gravano sugli individui, sui gruppi sociali, sulla vita civile, sull’ambiente culturale e naturale.
Occorrerà allora scrollarsi di dosso molte pesanti eredità del vecchio engagement e della vecchia politica, come certe tante inveterate pratiche istituzionali. Anzitutto sarà da rifiutare la presunzione di essere dalla parte della storia, il piglio aggressivo e sfrontato di chi mostra di aver capito tutto, di saper metabolizzare dentro di sé le tendenze del mondo, il suo movimento verso il futuro. Questa presunzione può assumere tratti molto diversi, può dar luogo a nichilistici compiacimenti per il carattere estremo della situazione, per la degradazione delle forme di convivenza civile, per la pervasività della violenza e dell’apparenza, per l’annullamento di ogni modello «umano»; o diversamente può sfociare in entusiastiche sottoscrizioni dell’onnipotenza del mercato, delle utopie tecnologiche, degli orizzonti digitali e multimediali, della leggerezza della comunicazione universale. Sono modi diversi di sentirsi immersi nell’onda che trascina il mondo, dalla parte di tutto ciò che rivendica la propria presenza sulla scena. Sulla base di questo presupposto si arriva a scelte diverse e contrastanti, proprio perché molteplici e conflittuali sono quelle tendenze (talvolta soltanto «mode») che sembrano muoversi in avanti, che pretendono di portare in sé il germe del futuro. Eppure quasi sempre, come il passato potrebbe insegnare, le presunzioni sullo sviluppo della storia e le proiezioni verso il futuro vengono smentite, cancellate se non rovesciate, dai fatti, dall’imprevisto realizzarsi di quel futuro. In questo ambito la sinistra dovrebbe saper fare i conti (che ha fatto solo in parte) non solo con i propri errori pratici, ma con le proprie speranze e le proprie previsioni sballate, con il proprio passato spirito escatologico, con le schematiche sicurezze, le analisi cosiddette «scientifiche», segnate da una mancanza di «pietà» per la semplice vita, ecc.: grave è che molti siano passati da quel linguaggio e da quelle proiezioni a un più grigio realismo quotidiano o a più pacati commerci con le istituzioni o ad un affidamento agli «esperti» della comunicazione, senza motivare in nessun modo questi passaggi, senza saper fare una critica delle presunzioni di allora e senza percepire il male che quelle presunzioni possono aver fatto sul tessuto sociale e sulla stessa tenuta attuale della sinistra. Sarebbe tra l’altro il caso di fare una riflessione su quegli «stili dell’estremismo» (i cui caratteri sono stati messi in tutta evidenza da Alfonso Berardinelli), verificandone le persistenze e reincarnazioni, nella loro natura fallimentare, distruttiva, irresponsabile.
E occorrerà scrollarsi di dosso il modello dell’intellettuale «politico» (organico o non organico che sia), di cui negli anni passati abbiamo visto molteplici incarnazioni: teso ad attribuire un’immediata politicità al proprio fare, ad identificare il conflitto culturale con una lotta di posizioni, di schieramenti, di acquisizione di spazi e poteri, a ricondurre tutti gli oggetti del proprio fare a rapporti di forza, a disegni strategici. Non si tratta dell’intellettuale «prestato alla politica» (che, in linea di principio, può sempre darle un contributo utile, tanto più utile se il suo metodo è «antipolitico»), ma di quello abituato a ricondurre ogni manifestazione dell’agire e del sentire umano alla politica, intesa come arte della gestione, della manovra, della prevaricazione: con spregiudicatezza e cinismo di tipo bassamente «machiavellico», risalenti magari a vecchie matrici leniniste, sfociate in esercizi di micropotere quotidiano, a destra come a sinistra.
Oltre alla consunta figura dell’intellettuale politico, la questione morale chiama in causa quella oggi più diffusa e ramificata dell’intellettuale istituzionale, e cioè i comportamenti che gli intellettuali assumono all’interno delle istituzioni culturali e scientifiche. Si sa che la burocratizzazione della cultura, il moltiplicarsi di organismi di gestione e controllo delle risorse ad essa destinate moltiplica compiti e funzioni istituzionali: il loro esercizio e i poteri più o meno consistenti che esso comporta finiscono per travalicare sui contenuti culturali, sulle stesse scelte e prospettive a cui quelle istituzioni sono destinate, e per dare spazio a lobby intorno a cui si svolgono reti di interessi particolari, promossi e difesi con le manovre più spregiudicate. In un universo istituzionale che cresce su se stesso, dove le funzioni a cui l’istituzione è destinata sono sempre più schiacciate dall’orizzonte burocratico, amministrativo, gestionale, si ha un vero e proprio dilagare di lobbismo, nepotismo, microcorporativismo. Chi conosce un po’ l’università, sa per esempio come i suoi compiti scientifici e didattici siano sempre più schiacciati (anche per effetto delle scriteriate riforme) da funzioni gestionali e amministrative che sollecitano la formazione e l’azione di gruppi di potere, in mano a personaggi abilissimi nell’esercizio di una micropolitica, che mirano soprattutto alla propria persistenza, ossessivamente tesi all’acquisizione di spazi, certo con ben poca cura del «bene comune». A guardare a fondo nelle manovre, nelle «telefonate», nelle «pressioni» che si svolgono nella vita universitaria, si troverebbe davvero ben poca responsabilità e molta materia per l’approfondimento della «questione morale». In molti contesti (sia tra gli intellettuali istituzionali sia tra quelli che frequentano il variegato universo dei media) vengono ormai considerati naturali codici di comportamento che invece occorrerebbe sottoporre a critica spietata. E che dire del narcisimo autopromozionale, dell’accettazione spesso incondizionata dei più esteriori modelli comunicativi, delle mode più rumorose, dell’effetto pubblicitario? Viviamo immersi in un implicito serpeggiante berlusconismo nato già prima di Berlusconi: e non è del tutto fuor di luogo chi fa notare come Berlusconi sia nato dall’inconscio di certa sinistra, dalla corrente ammirazione per la cultura dell’apparenza, dell’esibizione, del successo spettacolare. Una cultura responsabile, veramente libera dai diffusi veleni del berlusconismo, potrà sorgere solo da una critica radicale a tali modelli.