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La sinistra e il suo rapporto con Israele e gli ebrei dopo il 1967: pregiudizi nel contesto europeo e mediorientale
A pagina 1 di Informazione Corretta del 2005-11-16, Federico Steinhaus firma un articolo dal titolo «La sinistra e il suo rapporto con Israele e gli ebrei dopo il 1967: pregiudizi nel contesto europeo e mediorientale»

Riportiamo la relazione “La sinistra e il suo rapporto con Israele e gli ebrei dopo il 1967: pregiudizi nel contesto europeo e mediorientale” tenuta da Federico Steinhaus al convegno "Antisemitismo: politica progressista e risentimento antiebraico" tenutosi presso l’ Accademia Europea di Bolzano il 12.11.2005.

Ecco il testo:

Il 1967 è l’anno della rivoluzione copernicana nei rapporti fra lo stato di Israele e quella che genericamente definirò la sinistra.
Inizialmente la forza motrice di questo cambiamento di rotta sono stati i partiti comunisti che, ricordiamolo ai giovani, a quel tempo ricevevano ordini e slogan dall’ Unione Sovietica e se ne appropriavano in maniera assolutamente priva di capacità critica. Ben presto anche altri settori della sinistra non comunista hanno recepito il messaggio, che in Italia è stato condiviso dalla sinistra di matrice sociale e cristiana .
Fino al 1948 la Palestina era stata considerata solamente una entità geografica abitata da poveracci appartenenti alle genti arabe ma privi di una qualsiasi identità autonoma; tra il 1948 ed il 1967 il destino di questi poveracci era stato gestito dai vari autocrati del mondo arabo senza che alcuno se ne preoccupasse minimamente.
Il fatto è che fino al 1967 lo stato d’ Israele era ancora percepito come lo stato delle vittime della Shoah. I palestinesi non avevano coscienza di essere un popolo differenziato all’interno del grande oceano dei popoli arabi. Nemici di Israele erano gli stati arabi, non i palestinesi.

Nel 1967 Israele vinse – anzi stravinse - una guerra che era stata scatenata per annientarlo, e conquistò i territori che vent’anni prima le Nazioni Unite avevano destinati ad uno stato arabo della Palestina. La scelta di campo sovietica fu dettata da considerazioni strategiche a lungo termine (il controllo dei mari caldi, il sogno mai realizzato dagli zar) e fu giustificata e spiegata ai partiti satelliti con parole d’ordine viscerali che si concentravano sulla innata malvagità del sionismo, ma anche strizzando l’occhio all’ estensione del concetto agli ebrei.
Oramai nell’ immaginario collettivo gli israeliani, e per traslato i sionisti ed infine gli ebrei, erano un popolo forte, definito con tono tra lo spregiativo ed il preoccupato come dominatore.

Pur tra alterne vicende i partiti comunisti rimasero per i successivi 20 anni il faro verso il quale vastissimi settori della sinistra convergevano in tutta Europa con atteggiamenti di sudditanza ideologica e culturale. L’ astio nei confronti di Israele poteva essere il collante innocuo idoneo a creare un’atmosfera di complicità ideologica che superasse eventuali contrapposizioni in altri settori della competizione politica. Così fu, e col trascorrere del tempo alcuni paradigmi di questa scelta di campo furono assimilati anche nell’ inconscio dei cristiani militanti in partiti laici, ma plasmati fin dalla loro infanzia nella tradizione teologica dell’ antigiudaismo.


Possiamo individuare i seguenti periodi nel rapporto politico e mediatico fra la sinistra ed il contenzioso arabo-israeliano che successivamente divenne palestinese-israeliano:

1) Tra il 1948 ed il 1967 l’Unione Sovietica, la prima potenza che aveva riconosciuto lo stato d’ Israele nel 1948, manifestò una sostanziale solidarietà con Israele; la forte sottovalutazione degli interessi della popolazione palestinese fece da sottofondo alla visione del sionismo in quanto affermazione del diritto di autodeterminazione del popolo ebraico. Solamente i processi di Stalin contro molti medici ed alti ufficiali ebrei accusati di complottare contro di lui, e nel 1956 la breve guerra di Suez, gettarono una pesante ombra su questo scenario.

2) A decorrere dalla conclusione della “guerra dei sei giorni” nel giugno 1967 si verificò un capovolgimento repentino del fronte per quanto attiene al giudizio su Israele e sulle ragioni arabe. La scoperta del problema palestinese ha tuttavia ancora solo una dimensione umanitaria riguardante una massa di profughi, e non è una affermazione del diritto di quel popolo ad una patria; il silenzio sul massacro di molte migliaia di palestinesi ad opera dei regimi giordano e siriano è pressoché totale.

3) Dopo il 1982, l’anno della guerra del Libano e del massacro di Sabra e Chatila, un inasprimento senza sfumature del giudizio negativo su Israele, che comporta la soliadrietà incondizionata con la causa palestinese, dilaga all’ interno di tutte le sinistre europee; la firma del trattato di pace tra Israele e l’Egitto, di pochi anni antecedente, non influisce su questo giudizio, ed il fatto che ora Israele sia governato dalla destra fornisce un ulteriore alibi a questa intransigente contrapposizione.

4) Gli accordi che sono noti come la pace di Oslo a decorrere dal 1992-3 modificano il giudizio della sinistra su Israele, ora di nuovo governato dal partito laburista, ma non quello sulla causa palestinese, che trova sempre un sostegno tanto acritico quanto totale; il loro fallimento viene addebitato unicamente ad Israele, e l’ assoluzione a priori per Arafat è un paradigma indipendente da qualsiasi riscontro oggettivo. Con la seconda intifada si scatena ovunque una nuova campagna d’odio che talora supera i limiti della critica politica per trasformarsi in delegittimazione di Israele, di negazione del suo diritto ad esistere come stato ebraico, ed infine in aperto antisemitismo.


La seconda intifada, tra il 2000 ed il 2005, ha avuto una esposizione mediatica superiore a qualunque altro conflitto, eccezion fatta per il Vietnam. Ed è un dato di fatto che la manipolazione dell’informazione è stata continua, diffusa, capillare ed omogenea. Nessun giornalista ha potuto trasmettere notizie dai territori palestinesi senza una preventiva censura politica, né ha potuto muoversi in libertà; le guide e gli interpreti, gli assistenti tecnici, gli operatori di cui la stampa era costretta a servirsi avevano funzioni di controllo e di segnalazione nei confronti dei loro clienti. In Israele tutto ciò non avveniva, ed era pertanto inevitabile che le informazioni, le fotografie, i filmati fossero a senso unico.
La cosa sorprendente è però che tutto ciò sia avvenuto con il tacito e consapevole consenso dei media occidentali, e che nessun organo di stampa abbia sentito la necessità di segnalare questa coercizione, o di fornire ai suoi lettori una informazione aggiuntiva od alternativa che li mettesse in guardia.
Si è pertanto sviluppata lungo tutto l’arco dei 5 anni, dal 2000 al 2005, una simbiosi fra l’ informazione e l’opinione politica che non ha concesso scampo.

In questo arco di tempo i contenuti di fotografie, filmati, vignette satiriche e titoli di giornali si sono sommati oppure fusi con un uso spregiudicato del lessico. Messaggi contenenti il richiamo all’ accusa di decidio ed a quella di omicidio rituale, ma anche l’esplicita negazione della Shoah e quella teoria del complotto che trova la sua eco ammiccante nei cenni frequenti allo strapotere degli ebrei nei media, nella finanza e chissà dove ancora hanno cancellato il dovere di obiettività che il giornalismo dovrebbe accettare come un dovere etico.
Tutto ciò ha trovato il suo elemento catalizzante in un odio per Israele che ha reso queste accuse interscambiabili fra loro, in un costante e monocorde riferimento alla Palestina. Il deicidio e l’ omicidio rituale si sono ritrovati appaiati sia nella sinistra – e non solo quella estrema, si badi bene – sia nella destra estrema senza che vi fosse imbarazzo nell’ uso di accuse veterocristiane in un contesto ideologico laico; il negazionismo e l’ accusa di essere i nuovi nazisti sono stati usati indistintamente da tutti non meno della teoria del complotto. Questo trasferimento di simbologie è stato mascherato da un uso preordinato dello strumento linguistico per far apparire asettiche queste accuse in quanto rivolte allo stato d’ Israele ed ai sionisti, non agli ebrei.

Ritengo a questo punto di dover portare qualche citazione ad illustrare e documentare la mia analisi, che altrimenti potrebbe forse apparire viziata dalla enfatizzazione di atteggiamenti in realtà marginali. Con alcuni rapidi cenni su questo ultimo periodo vorrei avviare questa analisi alla sua conclusione.

Molti dei presenti ricorderanno, credo, il corteo sindacale che a Roma manifestò a favore dell’ OLP nel 1982, e di come questo corteo si fermò dinanzi al tempio maggiore per deporvi una bara.
Ma non è solo dal passato (anche se tutt’altro che remoto) che voglio attingere qualche esempio di quanto ho affermato.

Invito a guardare con attenzione l’ immagine dell’ebreo – israeliano che compare in ognuna delle migliaia di vignette che abbondano nel mondo islamico, ed in quelle occidentali: è lo stereotipo dell’ ebreo col nasone adunco, la bava alla bocca, lo sguardo torvo che troviamo nell’iconografia nazifascista e prima ancora in quella dell’ antigiudaismo teologico. Forse vale la pena di ricordare che in luglio alla festa di Rifondazione Comunista, a Milano, un muro era stato letteralmente tappezzato di vignette di questo tipo prese dalla stampa araba; quando la Comunità Ebraica di Milano protestò con energia accusando gli organizzatori di propaganda antisemita, la sconcertante risposta fu : “Non ce n’eravamo resi conto”.

Le televisioni egiziana, siriana, palestinese, giordana, saudita, iraniana divulgano un antisemitismo preso di peso dal medioevo e dal nazismo; in Palestina i media e le università, le associazioni sportive, i testi scolastici ed i videoclip della televisione si sono piegati tutti a questa campagna d’odio. Eppure, schieramenti politici e media occidentali hanno fatto da grancassa a qualsiasi cosa provenisse da quel mondo, salvo poi tacere sul veleno antisemita che da questo insieme di avvenimenti si sprigionava.

Proviamo a ricordare un libro che ha suscitato scandalo? Asor Rosa, osannato maitre à penser della sinistra colta, ha scritto nel 2002 che “gli ebrei, da razza…perseguitata…è diventata una razza guerriera, persecutrice…Gli ebrei hanno rinunciato ai valori della propria tradizione e alla memoria delle proprie sofferenze…hanno perso il carattere di vittime che li ha contraddistinti nella storia”.


In diverse prestigiose sedi universitarie italiane gruppi di studenti della sinistra hanno di recente negato con la violenza il diritto di parlare a rappresentanti dello stato d’Israele ed a docenti di cui si sospettava che fossero filo-israeliani, mentre in Gran Bretagna e poi anche in Italia una allarmante quantità di docenti e ricercatori firmava proclami in cui si pretendeva il boicottaggio di qualsiasi istituzione scientifica o culturale d’Israele.
Sandro Viola su Repubblica ha scritto durante il ritiro israeliano da Gaza che gli ebrei, che sono estremisti fanatici, si contrapponevano agli israeliani, amanti della pace. Egli intendeva classificare come estremisti fanatici i gruppi di ebrei ultraortodossi che protestavano civilmente contro il ritiro, ma di fatto ha ripetutamente scritto “ebrei” senza altre aggettivazioni.

Infine, nel giorno della morte di Simon Wiesenthal Sir Iqbal Sacranie (sottolineo quel sir) , segretario generale del Consiglio Musulmano della Gran Bretagna, ha chiesto sul prestigioso Guardian che venga abolita la Giornata di ricordo dell’ Olocausto, in quanto sarebbe offensiva per i musulmani. Ed alla recentissima Buchmesse di Francoforte nello stand iraniano erano esposte numerose pubblicazioni statali in lingua inglese, che riportavano il testo integrale dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion ed in base ad esso denunciavano le immense colpe degli ebrei in tutte le tragedie della storia.
Come se vi fosse ulteriore bisogno di documentare questa analisi, il presidente iraniano ed una parte qualificata della nostra sinistra hanno provveduto non più di dieci giorni fa: l’appello a cancellare dal mondo “il sionismo” equivale difatti ad una richiesta di eliminare “i sionisti”, il che corrisponde senza che si debbano forzare i concetti ad una incitazione al genocidio. Un quotidiano cosiddetto moderato, ma certamente non di destra, ha organizzato una fiaccolata di protesta davanti all’ Ambasciata iraniana. Molti, nella sinistra, vi hanno aderito, ma alcuni dei soliti noti hanno rifiutato adducendo a pretesto che certamente Israele ha diritto ad esistere, ma non si può pensare di proclamare questo diritto senza contestualmente chiedere uno stato per il popolo palestinese.Come a dire che anche il diritto di Israele ad esistere, per questi individui ed i loro partiti, è condizionato alle scelte politiche del suo governo.

Rimane da fare un cenno al mostro inafferrabile, Internet. Qui troviamo, senza possibilità di intervenire, tutto quel che di peggio si può immaginare; ma la cosa sorprendente è che l’ antisemitismo viscerale vi si collega quasi sempre ai proclami di amicizia per i palestinesi ed alla negazione del diritto all’ esistenza per lo stato d’ Israele. Trasversalmente, siti di estrema destra, della sinistra tradizionale e di quella no-global usano la medesima terminologia terzomondialista e veterocristiana per affermare concetti interscambiabili.
Il negazionismo, l’accusa di deicidio e quella di omicidio rituale, la teoria del complotto giudaico non sono più solamente di destra, non sono più soltanto cristiane, e trovano con analogie di concetti e di linguaggio il loro elemento catalizzante nell’ odio per Israele.

Proviamo a sintetizzare una conclusione.
La simpatia iniziale delle sinistre europee per Israele si era stemperata, anche prima del 1967, nella diffidenza per uno stato che era visto come avamposto del capitalismo e dell’ avidità occidentale in un mondo povero ed arretrato.
Quando, dopo il 1967, l’ Unione Sovietica spostò il proprio asse di interesse geopolitico verso il mondo arabo, il suo universo ideologico compatto e monocorde trasferì su Israele il disprezzo classista e riversò nel nuovo concetto di antisionismo il vetusto vocabolario dell’ antisemitismo.
Risale a quella origine il pregiudizio anti-israeliano di cui ancora oggi soffre la sinistra. Là vanno ricercate le cause di una costante ostilità che spazia dall’ incapacità di comprendere le ragioni di Israele all’ accusa di essere uno stato teocratico, dalla solidarietà classista nei confronti della causa palestinese alla delegittimazione di Israele, dall’ antisionismo ideologizzato al vero e proprio antisemitismo.
Dopo Auschwitz, l’ antisemitismo ha bisogno di pretesti per legittimarsi, e l’ odio per Israele trova in esso un ottimo divulgatore: questa è l’ abietta alleanza che si è saldata nei tempi recenti fra due mondi in sé inconciliabili. Quando la sinistra ne sarà pienamente consapevole potrà combattere a viso aperto le collusioni che oggi purtroppo sottovaluta.


2005-11-16