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Un giornalista innamorato della concretezza compie oggi 80 anni
È a "Repubblica" fin dalla fondazione e non si contano le battaglie , spesso vinte, condotte su queste pagine

 

da La Repubblica 3 agosto 2005 di LAURA LILLI

 

C´era anche lui, Mario Pirani, quella mattina del primo dicembre 1975, in cui cominciammo a preparare i «numeri zero» de la Repubblica, in previsione del 14 gennaio 1976 quando, saremmo andati in edicola. Attorno ad Eugenio Scalfari (il quale ripeteva che lui un quotidiano non lo aveva mai fatto, e aveva molto da imparare) c´erano Enzo Golino, Gianluigi Melega, Giorgio Signorini, Fausto De Luca, Sandro Viola, Andrea Barbato, vicedirettore per un giorno (poi andò alla Rai) Gianni Rocca. Ne avevano discusso a lungo, di questo giornale, nella vigna di Scalfari a Velletri.
Alcuni avevano abbandonato grandi testate per tentare quest´avventura. Tra questi Mario Pirani, appunto, che veniva dal Giorno (come Giorgio Bocca e Natalia Aspesi), diretto allora da Gaetano Afeltra. Il quale lo considerava un pazzo per volersi «lanciare nel vuoto». «Ti mando a New York», gli disse per trattenerlo. «Ma io non so l´inglese», fu la risposta. «Stai sei mesi al «Plaza» e lo impari».
Macché. Niente da fare. Il primo dicembre ‘75, Pirani era lì con noi a lanciarsi in un «vuoto» che poi si è rivelato pienissimo. A Pirani mi lega un´antica amicizia. Era molto amico di mio marito Ugo Baduel, scomparso quindici anni fa, inviato di quell´Unità in cui lo stesso Pirani aveva scritto a lungo editoriali di economia e su questioni sindacali spesso «fuori linea» e anche in polemica con la Cgil. Di famiglia veneta (passava le estati al Lido), agli inizi era stato alla Federazione del Pci di Venezia. Spesso mi ha raccontato di come dividesse la sua vita da giovane tra i fasti del Lido e l´austerità della Federazione, dove ci si portava da mangiare in uno speciale pentolino a tre scomparti. Poi venne l´Unità. Ma l´abbandonò nel ‘58, due anni dopo i «fatti d´Ungheria»: aveva sperato che il Pci diventasse meno tiepido verso l´Urss e che a ciò si potesse contribuire rimanendo «dentro». Si lanciò in una grande avventura con Enrico Mattei. Ma forse, sul fondo, il ricordo dei primi tempi non si è mai cancellato. Lo vidi commosso quando D´Alema divenne presidente del Consiglio.
«Lo conosco da ragazzino» si giustificò.
Quel primo dicembre ‘75, ogni «generale» aveva portato con sé qualche giovane che stimava, a formare la redazione.
Eravamo lì, a studiarci, seduti come per il primo giorno di scuola. Novità assoluta per il giornalismo quotidiano italiano, c´erano molte donne: Rosellina Balbi, Alessandra Carini, la sottoscritta, Vittoria Sivo, Barbara Spinelli.
Natalia Aspesi, Miriam Mafai e Anna Maria Mori avevano fatto un salto nel buio per proprio conto. Eccetto loro e Silvia Giacomoni, eravamo tutte «creature» di Mario Pirani, a cui va il merito assoluto di avere introdotto le donne nel giornalismo quotidiano italiano non di partito, non a livello di «illustri eccezioni» (che già esisteva) superando i ghetti delle «pagine della donna». Oggi le giornaliste italiane non sono ancora del tutto «pari» (nessuna per il momento dirige Repubblica, Stampa o Corriere) ma certo è Mario Pirani che ha fatto un buco nel muro del suono, così come Mario Pannunzio lo aveva fatto per il giornalismo settimanale intelligente.
Pirani è un vero talent scout, e ha portato a la Repubblica anche uomini in gamba, come Maurizio Carloni, giornalista economico, purtroppo già da tempo scomparso. Carloni, come tutte noi, veniva dall´ultima versione del Globo, una testata che continuava a risorgere dalle sue ceneri come la Fenice. Era dell´Eni ma noi non lo sapevamo. Sulla proprietà - che improvvisamente a fine ‘74, ci lasciò tutti sul lastrico dalla sera alla mattina - avevamo idee incerte. Tuttavia la «nostra» edizione (1972-´74) diretta dal duo Antonio Ghirelli-Mario Pirani, fece in tempo a fare una rovente campagna a favore del divorzio, a sperimentare una pagina culturale anti-elzeviro che prefigurava quella della Repubblica, a dar voce per la prima volta a giovani economisti come Andreatta, Spaventa o Leon. In realtà, l´intero quotidiano prefigurava in piccolo (16 mila copie) la Repubblica: un «secondo giornale» che parlava solo di economia, politica e cultura.
Da quel primo dicembre ‘75 sono passati trent´anni.
Mario Pirani oggi ne compirà ottanta. Oltre a una movimentata vita di giornalista «da film», più nel senso degli anni Trenta che in quello di oggi, ha al suo attivo vari libri. Mondadori ha pubblicato Il futuro dell´economia, interviste a quindici economisti mondiali, e l´ultimo l´inquietante E´ scoppiata la Terza guerra mondiale? ci sono poi Il fascino del nazismo/il caso Jenninger (Il Mulino), in cui spiega come, riportando solo un pezzetto di verità, si possa distorcerla tutta fino a farne un insensato scandalo mondiale. Infine, (Il Melangolo), Libera Chiesa in libero Stato, con il famoso discorso di Cavour e il commento di Ruffini.
A parte un interludio come direttore de L´Europeo e sei anni di Stampa, la maggior parte di questi trent´anni Pirani li ha trascorsi a la Repubblica, di cui è stato una delle presenze più qualificanti: un giornalista sottile, colto, imprevedibile, post-illuministico e post - marxista, ma di cui si avverte che ha fatto un bagno profondo, esistenziale, nelle due culture. Anche legatissimo (con Juicio) alla causa ebraica. Due i suoi codici di trasmissione: gli editoriali economici e di politica, estera oltre che nostrana, e la rubrica Linea di confine che appare ogni lunedì da quando, appunto, esce anche il numero del lunedì.
Il titolo rimanda da un lato a un Pirani eterodosso, che non ama il politically correct; dall´altro ad argomenti in bilico fra la cronaca e la storia minuta tipo annales, tra il sociale e l´ideale - Pirani è un giornalista sempre «impegnato» anche se i grandi partiti in cui «sporcarsi le mani» alla Sartre non esistono più. Attraverso questa rubrica, che lo ha reso popolarissimo e gli frutta una quantità di lettere, ha fatto battaglie concrete su temi concreti, e non minori.
E´ stato lui a riportare a galla la tragedia dei soldati italiani trucidati dai nazisti a Cefalonia dopo l´8 settembre. Estese poi il tema «lotta ai nazisti dei soldati italiani» fino a ottenere la medaglia d´oro per la città di Barletta. Ha «strappato» la legge sugli oppiacei. Si è occupato di Sanità, di scuola, di primari, del «7» in condotta, di Venezia che non va ridotta a città-museo, e di infiniti altri temi extra-palazzo. «Se una cosa ci sembra giusta (e può anche darsi che ci sbagliamo), per quella dobbiamo batterci», mi disse una volta. «E il bello è che possiamo anche vincere».