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Il cinema racconta ...

MASCHILE E FEMMINILE

 


* A BEAUTIFUL MIND

di HOWARD RON, USA 2001,

E’ la storia autobiografica di John Forbes Nash Jr. un genio della matematica, vincitore del Premio Nobel nel 1994,

costretto a lottare per molti anni con la schizofrenia. .

Non è un film sulla matematica: è un film sulla fragilità umana e sulla lotta per vincerla. E grazie ad una

sceneggiatura, una regia e a un cast superbi, riesce ad andare ancora più in alto: al di sopra della sofferenza.

* LE ACROBATE

di SOLDINI SILVIO, SVI 1997, 121'

Impersonato da un'anziana slava che vive in povertà, il caso fa incontrare due donne, la benestante Elena di

Treviso e la malmaritata Maria di Taranto, entrambe insoddisfatte, ma non rassegnate. Insieme con la bambina di

Maria, fanno un viaggio al Nord che finisce tra le cime innevate della Val d'Aosta. Non dramma né racconto

psicologico, tocca temi gravi, ma con delicatezza.

* AL DI LA' DELLE NUVOLE

di ANTONIONI MICHELANGELO, WENDERS WIM, IT-FRA-GER 1995,

Dal libro Quel bowling sul Tevere di M. Antonioni. 4 storie d'amore, o di disamore, legate dalla figura di un regista

(J. Malkovich) che visita i luoghi dell'azione (Ferrara e Comacchio, Portofino, Parigi, Aix-en-Provence: sequenze

girate da W. Wenders) e interviene nell'episodio ligure. È un piccolo mosaico sulla drammatica (inevitabile?)

incompletezza di ogni relazione amorosa. Storie sottovoce con aneddoti ridotti all'osso, qua e là verbose e un po'

liricamente sforzate. Tre congressi carnali sembrano troppi, ma c'è anche, nell'episodio parigino, un'insolita

brezza di soave ironia. Girato da Antonioni dopo 10 anni di inattività forzata per malattia

* L' ALBERO DI ANTONIA

di GORRIS MARLENE, OLA 1995, 012'

Affresco di una piccola comunità rurale sull'arco di quattro generazioni, dal 1945 alla fine del secolo.

Protagonista invisibile: il tempo che passa, linea narrativa: femminile, anzi matriarcale. Antonia che generò

Danielle che generò Thérèse da cui nacque Sarah. In questo Heimat fiammingo gli uomini sono in seconda fila:

abietti o fragili o coglioni, talora gentili. La voce narrante è di Sarah, pronipotina di Antonia, forte, volitiva e di

radiosa bellezza che rimane al centro dell'azione corale. Sagace, e qua e là furbesca, mistura di patetico e

grottesco, pubblico e privato, violenza e tenerezza con una marcata componente anticlericale e un pragmatico

amore per la vita, contrapposto al cupo pessimismo di un vecchio che cita Nietzsche e Schopenhauer.

* ALICE NELLE CITTA' (Alice in den Stadten)

di WENDERS WIM, GER 1973,

Una ricerca del senso. Spaesato e senza identità, il fotografo sa solo rappresentare la realtà, non viverla. In

viaggio con una ragazzina di 9 anni imparerà le cose concrete (mangiare, ridere, sentire). E alla fine entrambi

guarderanno fuori dal treno il mondo. Mentre lo sguardo di Wim Wenders si allarga sul paesaggio. Bellissimo.

Rivedendolo, dopo 30 anni, si è rinnovata l'esperienza psichica di quella fase del ciclo di vita. Tuttavia meglio di

allora: senza più intellettualismi iper-razionali (tipici di quei tempi), ma solo con la serena tranquillità di partecipare

ad una trasformazione esistenziale

* L' ALTRA META' DELL'AMORE

di POOL LEA, CAN 2001,

Scaricata dal padre e dalla sua terza moglie al Perkins Girl's College, l'introversa provinciale Mary (M. Barton)

trova conforto nell'amicizia di Paulie (P. Perabo) e Tory (J. Paré), legate da un intenso rapporto lesbico. La

scoperta della loro relazione suscita un ovvio scandalo con conseguenze funeste: mentre Tory rientra subito nei

ranghi, l'impetuosa Paulie affonda in un'autodistruttiva follia

* L' AMICO AMERICANO

di WENDERS WIM, 1977,

Dal romanzo Ripley's Game (1974) di Patricia Highsmith: trafficante di quadri induce pacifico corniciaio malato di

leucemia a diventare sicario, ma poi gli si affeziona e interviene nel meccanismo che ha messo in moto. La

Highsmith non amò il film perché il suo soave Ripley è diventato un tormentato esistenzialista alcolizzato, ma, a

modo suo, il film è eccitante, piacevole e profondo come il romanzo. In questo thriller esistenziale non contano i

fatti, ma il malessere che suscitano, il ritratto dei personaggi e l'analisi dei loro rapporti, l'energia mescolata alla

malinconia e all'umorismo, a mezza strada tra Hitchcock e Fuller che compare nel film con altri registi-gangster:

Nicholas Ray, Daniel Schmid, Peter Lilienthal. Film sulla morte, sul movimento, sull'amicizia virile, e riflessione sul

cinema americano rielaborato con occhi europei.

* UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA

di CAMPION JANE, AUSTRALIA 1990, 158'

Biografia in 3 parti per la TV (ridotta di 50' per il grande schermo) di Janet Frame (1924), la maggiore scrittrice

neozelandese vivente, che, per una diagnosi sbagliata di schizofrenia, patì nove anni di manicomio e 200

elettroshock e si salvò dalla lobotomia grazie a un premio letterario. Basata sull'autobiografia (1983-85) in 3 parti

(Nella tua terra, Un angelo alla mia tavola, L'inviato di Mirror City), nell'adattamento di Laura Jones, è un'opera

che, dopo Sweetie (1988) e prima dell'acclamato Lezioni di piano (1993), fa di J. Campion uno dei cineasti

emergenti degli anni '90. Film sulla letteratura, ma non letterario, notevole per la forte fisicità della scrittura,

l'acume psicologico senza concessioni allo psicologismo, l'arte del suggerire soltanto i passaggi esplicativi, la

capacità di mostrare i grandi spazi, il rifiuto del binomio romantico di genio e follia. Leone d'argento a Venezia

1990 dove, secondo molti, avrebbe meritato l'oro.

* L' ANGELO AZZURRO

di VON STENBERG JOSEF, GER 1930, 108'

Dal romanzo Il professor Unrat (1905) di Heinrich Mann: un anziano insegnante s'invaghisce della sciantosa

Lola-Lola che si esibisce a Der blaue Angel e, dopo averla sposata, scende la scala dell'abiezione.

Capolavoro del primo cinema tedesco sonoro, trasformò in star una poco nota cantante e attrice (Dietrich,

Marlene)

* GLI ANNI DEI RICORDI

di MOORHOUSE JOCELYN, USA 1995, 116'

Dal romanzo omonimo di Whitney Otto. Incerta se accettare una proposta di matrimonio, studentessa passa

l'estate in casa della nonna e della prozia che con le loro amiche cuciono la sua trapunta di nozze, ciascuna

rimembrando il passato. Film tutto al femminile con il sesso forte (generalmente spregevole) fuori campo.

Garbato, gentile, ben recitato da una prestigiosa compagnia di attrici famose tra cui la scrittrice nera M. Angelou,

ma drammaticamente inerte.

* GLI ANNI SPEZZATI

di WEIR PETER, AST 1981,

Verso la fine del 1915 il porto turco di Gallipoli fu lungamente, inutilmente, sanguinosamente assediato dalle

truppe britanniche. Con gagliardo ardimento i volontari del Nuovissimo Mondo si fecero massacrare. Più che un

film bellico – sulla futilità e l'ignominia della guerra – è un racconto picaresco di viaggio, avventure, amicizie virili.

Weir ha mano felice nell'affettuosa descrizione dei personaggi, nella rievocazione di un'epoca. Belle pagine di

atletica nella 1ª parte, la più riuscita.

* L' APE REGINA

di FERRERI M., ITA 1963, 1H 30

Borghese quarantenne si accasa con bella, brava, illibata e cattolicissima che lo sfianca col suo desiderio

ardente di avere un figlio. Ottenuto lo scopo, l'uomo, povero fuco, è messo da parte e muore. 1o film italiano di

Ferreri, denunciato e sequestrato dalla censura che impose tagli, modifiche ai dialoghi e l'uscita col titolo Una

storia moderna: l'ape regina. È un grottesco paradossale sulla famiglia, il matrimonio e l'ideologia clerical-

borghese che impregnano in Italia, Paese laico di cultura cattolica, le due istituzioni. Divertente e quietamente

feroce.

* BAGDAD CAFE'

di ADLON PERCY, 1987,

In una zona desertica tra Disneyland e Las Vegas c'è una stazione di rifornimento con bar e motel. Arriva a

piedi, trascinandosi una valigia, una imponente turista quarantenne di Monaco di Baviera e vi si installa. Come la

Sägebrecht, rotonda eroina di Sugar Baby (1985), porti luce, ordine, pulizia e allegria nel sordido Bagdad Café è

l'itinerario di un film accattivante, caloroso e astuto che, dopo Herzog e Wenders, propone un altro sguardo

tedesco sull'America.

* BALENE D'AGOSTO

di ANDERSON LINDSAY, USA 1987, 90 '

Da una commedia di David Berry: da mezzo secolo due anziane sorelle vedove passano l'estate in un cottage

sulla costa del Maine. Ricevono periodiche visite di un'amica estroversa e malignazza, di un vecchio gentiluomo

russo e di un energico idraulico. Con un quartetto d'attori che compendia la storia e la memoria del cinema (il più

giovane è Price, 1911) un film dove la vita scorre piana come in una fotografia sbiadita: non una stecca, non un

eccesso, non un attimo di noia anche se, come si dice, non succede niente.

* LA BALLATE DEL CAFE' TRISTE

di CALLOW SIMON, GB 1990, 90'

La vita di Amelia Evans, donna solitaria e dispotica, distillatrice clandestina di whisky, in un paesino del Sud negli

anni '30, è trasformata dall'arrivo di un cugino e dell'ex marito, uscito dal carcere. Tratto da un racconto lungo

(1951) di Carson McCullers (sul tema dell'androgino come impossibile tentativo di unione tra gli opposti) e basato

sull'adattamento teatrale di E. Albee, è la diseguale opera prima di un ex attore ambizioso, ma non ancora maturo

per la regia. Vedere la Redgrave impegnata in un regolare incontro di pugilato a pugni nudi con un maschietto è,

comunque, uno spettacolo da non perdere.

* IL BEL MATRIMONIO (vers. integrale: Le beau mariage)

di ROHMER ERIC, FRA 1982, 97'

* CASABLANCA

di CURTIZ MICHAEL, USA 1943, 102'

S'incontrano nel principale porto del Marocco nel 1941 poliziotti francesi, spie naziste, fuoriusciti antifascisti,

avventurieri di rango, piccoli sciacalli. L'americano Rick Blaine, proprietario di un bar, aiuta Ilsa, la donna che

amava (e ama ancora) e suo marito, perseguitato politico, a lasciare in aereo la città. Film mitico sul quale il tempo

sembra non avere presa, oggetto di culto per le giovani generazioni di mezzo mondo, amalgama perfetto di toni,

generi, archetipi e stereotipi dell'immaginario collettivo, memorabile galleria di personaggi grandi e piccoli. È la più

sottile opera di propaganda antinazista realizzata durante la guerra e la più decisiva eccezione alla teoria del

cinema d'autore.

* LA CENA

di SCOLA ETTORE, ITA 1998, 120'

Al ristorante romano “Arturo al Portico”, nell'arco di una serata, si inanellano sotto l'occhio attento di Flora (F.

Ardant), moglie del titolare, 14 situazioni ai tavoli e in cucina con una quarantina di personaggi di età diversa della

media borghesia italiana. Rimangono in disparte una famigliola di turisti giapponesi e, in anticamera, un gruppo di

allegri adolescenti che festeggiano il compleanno della nipote di Flora. Scritto dal regista (1931) con la figlia

Silvia, Furio Scarpelli e il figlio Giacomo, il film si attiene a una totale unità di tempo, luogo e azione con

un'impennata magica nel finale. La tematica è quella consueta di E. Scola, con un retrogusto più amaro e

desolato che esprime il disagio, lo sconcerto, forse l'impotenza del regista e dei suoi sceneggiatori “a disegnare

le coordinate di un paesaggio sociale e politico divenuto estraneo e irriconoscibile” (Roberto Chiesi)

* IL CERCHIO

di Panahi, Jafar, IRAN-ITA 2000, 91

Dalla finestrella di un ospedale a quella di un carcere: in mezzo 8 piccole storie di donne (una delle quali

invisibile), accomunate da un destino di sottomissione umiliata in una società fondata sul potere maschile. Lo

sfondo è Teheran dove incombe, efficiente, la presenza occhiuta della polizia, la cui violenza strisciante è

radicata nello stato delle cose. Il titolo indica la circolarità tematica – l'impossibilità di una via di fuga – ma anche la

sua struttura narrativa: il movimento della cinepresa che passa da una donna all'altra, da un dolore all'altro. Gli

occhi delle donne sono ora rassegnati, ora fieri e ribelli.

* LE CHAT - L'IMPLACABILE UOMO DI SAINT-GERMAIN

di GRANIER DEFERRE, FRA 1972, 86'

Una coppia di coniugi anziani vive in un quartiere di Saint-Germain. Un tempo si erano molto amati, oggi si odiano

e non si parlano mai. Lui raccoglie un gatto abbandonato, lei lo elimina. Ma le loro due vite sono indissolubilmente

unite. In un faccia a faccia patetico ad armi uguali, J. Gabin e S. Signoret danno il meglio di sé stessi. È un film da

vedere: una riflessione sul mondo di Georges Simenon e sul realismo poetico degli anni '30.

* Come eravamo (The Way We Were)

di Pollack Sydney, USA 173, 118

Dal romanzo di Arthur Laurents: l'itinerario di una coppia attraverso quindici anni di storia americana dal 1937 ai

primi anni '50: guerra di Spagna, Pearl Harbor, la morte di Roosevelt, la “caccia alle streghe” anticomunista e, nel

breve epilogo, la campagna contro le armi nucleari. 1o film americano che ha per protagonista una comunista e

dove si parla esplicitamente dei Dieci di Hollywood. Non sempre le intenzioni della sceneggiatura (dello stesso A.

Laurents) coincidono con quelle del regista: squilibri, prolissità, stridori. Caso raro di un film hollywoodiano dove

i problemi di una coppia hanno una radice politica. 2 Oscar: musiche di Marvin Hamlisch e canzone (del titolo).

Difficile alchimia tra R. Redford e B. Streisand: lui sembra che non reciti, lei recita troppo.

* DERSU UZALA

di KUROSAWA AKIRA, 1975,

Da due libri di viaggio di Vladimir K. Arseniev: nel 1902 in una zona selvaggia lungo il fiume Ussuri ai confini con

la Manciuria, Dersu Uzala, solitario cacciatore mongolo senza età né fissa dimora, incontra la piccola spedizione

cartografica del capitano russo Arseniev con cui si lega di profonda amicizia e al quale salva la vita. Nel 1907

secondo incontro in cui è il russo che salva la vita al vecchio cacciatore.

* DOLLS - MARIONETTE

di KITANO TAKESHI, GIA 2002,

Tre storie tragiche di amore e di abbandono: a) due giovani amanti per sempre legati da una corda rossa; b)

malinconico tramonto di un vecchio yakuza (mafioso giapponese); c) il devoto fan di una famosa pop-star si

acceca quando il suo idolo rimane sfregiato al volto in un incidente d'auto. Ispirato alle marionette del teatro

Bunraku.

* LA DONNA SCIMMIA

di FERRERI M., ITA 1963, 100'

Scoperta in un monastero, Maria, donna interamente ricoperta di peli, il trafficone Antonio Focaccia la sposa e la

espone come un fenomeno da fiera. Tra i due nasce l'amore, e poi un bambino. Maria muore di parto e il figlio non

le sopravvive, ma il marito continua a girare le fiere esponendo i corpi imbalsamati. Per intervento del produttore

Carlo Ponti quest'ultima parte fu eliminata. Il film si chiude con la morte della donna barbuta. È un grottesco che

continua con sgradevole genialità il discorso sull'anormalità familiare e sulla dimensione mostruosamente

economica della convivenza sociale avviato con L'ape regina (1962).

* Donne sole

di WINER HARRY, USA 1984, 100

La canzone di Dolly Parton, che dà il titolo al film, è stata l'ispirazione per questa commedia drammatica di donne

che frequentano un bar per single, ciascuna alla ricerca della propria definizione di amore. Girato per la TV.

* Il dottor T e le donne

di Altman, Robert, USA 2000, 118'

Il dottor Sully Travis è un ginecologo di successo a Dallas, adorato dalle sue clienti che cura con pazienza,

dolcezza e competenza. Marito fedele, è un uomo che ama le donne, ma le capisce poco o niente. Si ritrova con

una moglie in piena regressione infantile e una delle due figlie, lesbica ignara, che durante la cerimonia nuziale

scappa con l'amica del cuore. S'innamora di una istruttrice di golf che si comporta come un uomo. È un'altra delle

commedie corali di Altman, ma con una variante: un uomo solo in mezzo a un gineceo

* IL DOTTOR ZHIVAGO

di LEAN DAVID, 1965,

Durante la prima guerra mondiale Yurij Andrèevic Zivago , medico e poeta sposato con la cugina Tonja , si

innamora al fronte della crocerossina Lara Antipov . Nel 1917, scoppiata la rivoluzione bolscevica, si rifugia con

moglie e figlio in un villaggio degli Urali dove incontra di nuovo Lara e ne diventa l'amante. La guerra civile li

separa per due anni. Mentre Tonja con due figli è riparata all'estero, Zivago si ricongiunge con Lara, ma le

vicende politiche li dividono ancora. Muore a Mosca, povero e solo, di crisi cardiaca. Da guardare con

ammirazione, specialmente nei campi lunghi e lunghissimi e nelle scene di massa.

* I DUELLANTI

di SCOTT RIDLEY, GB 1977, 101'

È la storia di un duello che, continuamente interrotto per ragioni diverse, dura quindici anni. I duellanti sono due

ufficiali francesi degli Ussari dell'epoca napoleonica, ossessionati da una assurda rivalità. Da un racconto

(1908) di J. Conrad, un po' stirato fino a 101', un film di raffinata eleganza figurativa.

* E' STATA VIA

di HALL P'ETER, GB 1988, 105'

Dopo sessant'anni in un ospedale psichiatrico, una vecchia viene affidata a un ricco nipote e alla sua riluttante

moglie. Tra le due donne, però, nasce un'amicizia solidale che è anche il riconoscimento di una diversità, di un

anticonformismo ribelle. La sempre verde Ashcroft vinse a Venezia la coppa Volpi per l'interpretazione

femminile. P. Hall, regista un po' inamidato e accademico, è stato soccorso dal copione di Poliakoff che ha saputo

combinare capacità d'indignazione, lucidità di scelta dei bersagli e destrezza nel colpirli sotto il segno di un'ironia

mordace e leggera.

* E' STATA VIA (SHE'S BEEN AWAY)

di HALL PETER, GB 1989, 103'

Dopo sessant'anni in un ospedale psichiatrico, una vecchia viene affidata a un ricco nipote e alla sua riluttante

moglie. Tra le due donne, però, nasce un'amicizia solidale che è anche il riconoscimento di una diversità, di un

anticonformismo ribelle.

* LE FATE IGNORANTI

di OZPETEK FERZAN, ITA 2001, 106'

,A Roma Massimo muore all'improvviso in un incidente di macchina. Dopo dieci anni di matrimonio, la moglie

Antonia sprofonda in un lutto totale, è incapace di riprendersi, non va al lavoro, trascura le amiche e intrattiene

rapporti difficili con la madre Veronica, a sua volta da tempo vedova. Un giorno dietro un quadro Antonia vede

una dedica, fa alcune indagini e scopre alla fine che il marito aveva un'amante da sette anni. Seguendo la traccia

di un cognome e di un indirizzo, Antonia si fa coraggio, suona all'appartamento di un quartiere popolare. Una

prima volta crede di avere sbagliato, torna in seguito e alla fine fa i conti con la verità: l'amante di Massimo era un

uomo, Michele, che vive in quella casa circondato da una vera e propria famiglia di amici che era diventata

anche la seconda famiglia del marito. Per Antonia si tratta di una scoperta che all'inizio cerca di rimuovere,

rifiutandola. Ma il desiderio di saperne di più la porta di nuovo in quella casa. Così a poco a poco entra a far parte

di quel nucleo in cui convivono uomini e donne senza alcuna distinzione di orientamento sessuale, di età, di

razza e stato sociale: tante vicende, anche difficili e drammatiche, con le quali Antonia comincia a confrontarsi. I

cambi di umore sono tuttavia frequentissimi: tra Antonia e Michele corrono offese, accuse, liti furiose. Michele si

lascia andare a nuovi rapporti, Antonia fatica a seguirlo, si avvicinano, sembrano scoprire intimità, ridono e

piangono. Ma il fantasma di Massimo resta tra loro, e allora Antonia decide di partire. Solo dopo un viaggio, e una

riflessione su se stessa, Antonia può sentirsi pronta a ricominciare una nuova vita.

* Fight Club

di Fincher, David, USA 1999, 135

Tormentato dall'insonnia, angosciato succubo dell'ideologia dell'individualismo competitivo, desideroso di

appartenenza, un giovane americano in carriera (E. Norton) frequenta gruppi di terapia nel vano tentativo di

condividere il dolore altrui. Crede di trovare la soluzione dei suoi problemi quando si imbatte nel suo “doppio”, il

coetaneo Tyler (B. Pitt), che gli fa conoscere i Fight Clubs, luoghi clandestini dove ci si massacra a pugni nudi:

un mezzo per abbattere il sistema, usandone l'ideologia e portandola alle sue estreme conseguenze in negativo.

Dal romanzo di Chuck Palahniuk, sceneggiato da Jim Uhls, il 4o film del californiano D. Fincher (1963) conferma,

almeno nella 1ª parte, la sua perizia narrativa e la padronanza del mezzo, ma anche la nociva inclinazione a

banalizzare scaltramente temi alti (presenza del Male, nichilismo metropolitano, religione totalitaria, “doppio”

dostoevskiano ecc.) “È questa la volgarità... Non l'abuso della violenza, ma questa furbesca manipolazione

d'infelicità e desideri "(Roberto Escobar)

* La finestra di fronte

di Ozpetek Ferzan, 2003,

A volte è proprio così: se ci si sofferma ad osservare una finestra si vedono scorrervi vite, storie, personaggi,

che immediatamente ti catturano e ti tengono inchiodato a spiare proprio “la finestra che hai di fronte”.

E Ferzan Ozpetek, un uomo che ama osservare la vita, per il suo nuovo film ha deciso di mettere la macchina da

presa davanti ad una finestra e di raccontare proprio lì il presente, il passato e il futuro di uomini alla ricerca della

propria identità personale.

Il film si snoda così tra vari livelli di realtà. Una vita immaginata, come vista da una finestra, e una vita più dura

che vuole fuggire dalle stereotipate convenzioni rimanendone tuttavia intrappolata.

* FULL MONTY

di CATTANEO PETER, 1997, GB

A Sheffield, già principale centro siderurgico del Regno Unito, cinque operai e un caporeparto, licenziati e senza

lavoro, decidono di esibirsi in un numero di spogliarello integrale per un pubblico femminile. Ovvero come far

ridere sulla disoccupazione. Altri temi complementari: l'umiliazione dell'ozio obbligato, la perdita del lavoro che si

trasforma in perdita di identità e autostima e, inedito, la presa di coscienza del proprio corpo. I 6 maschi di questa

commedia british a 18 carati imparano quel che le donne sanno da sempre: quanto può essere umiliante essere

classificati e giudicati in base all'aspetto fisico. Le donne, qui trasformate nella penultima ruota del carro – l'ultima

sono i maschi in quanto disoccupati – si divertono in allegria allo strip senza la cupezza masturbatoria degli

uomini

* IL GIARDINO INDIANO

di MURRAY M. MC, GB 1980,

Rimasta vedova, Helen decide di dedicarsi al giardino esotico che il marito aveva “costruito” in molti anni, dopo il

loro ritorno dall'India. È aiutata da Ruxmani, un'indiana sua vicina con la quale fa amicizia. Scritto da Elisabeth

Bond e diretto dall'esordiente M. McMurray, è un film elegante al femminile di una malinconia evocativa e

struggente

* UNA GIORNATA PARTICOLARE

di SCOLA ETTORE, ITA 1977, 105 '

* IL GLADIATORE

di SCOTT RIDLEY, USA 2000, 155'

Eroiche peripezie di Maximus, generale romano di origine ispanica. Quando Commodo (161-192), succeduto al

padre Marco Aurelio (121-180), lo arresta e gli fa massacrare la moglie e il figlio, diventa schiavo e poi

gladiatore, idolo della folla, finché nel Colosseo uccide l'imperatore in duello e muore con lui

* LA GUERRA DEI ROSES

di DE VITO DANNY, USA 1989, 116'

Una coppia di yuppie divorzia. Separati in casa? La battaglia per la spartizione dell'appartamento è all'ultimo

sangue. Commedia nerissima e crudele: benché faccia molto ridere, è maledettamente seria nel raccontare che

cosa succede quando l'odio coniugale si trasferisce sul piano del possesso e della difesa del territorio

* IL GUSTO DEGLI ALTRI

di Jaoui, Agnès, FRA 1999, 112'

Castella, ricco e incolto industriale, assiste di malavoglia a una recita della tragedia Berenice (1670) e s'innamora

della prima attrice da cui prende lezioni di inglese. Racine cambia la sua vita e, indirettamente, quelle di sua

moglie, dell'autista e della guardia del corpo al suo servizio, di una barista che spaccia marijuana. Felice esordio

nella regia dell'ebrea tunisina A. Jaoui, sceneggiatrice emerita (l'ultimo Resnais, Aria di famiglia) e attrice

deliziosa, con un'agrodolce commedia dal titolo che significa anche il gusto per gli altri, perché vi coabitano

personaggi di ambienti sociali diversi tra cui la comunicazione è difficile. Il suoi temi sono il settarismo, lo spirito di

gruppo, la dittatura del gusto, le pene d'amore. Miscela rara di psicologia e sociologia, crudeltà e compassione,

solidità di costruzione e cura infallibile delle sfumature, semplicità e raffinatezza. Si ride delle situazioni e dei

personaggi e subito dopo si soffre con loro perché ciascuno ha le sue ragioni

* HAROLD E MAUDE

di HASHLEY HAL, USA 1971, 90'

Ricchissimo, afflitto da madre possessiva, incline a mettere in scena finti suicidi, il giovane Chasen fa amicizia

con una contessa ottantenne che gli insegna il gusto della vita e della libertà

Nella sua mescolanza di toni, è un testo tipico da fine anni '60 che rivendica il diritto alla fantasia, alla marginalità,

alla libertà individuale.

* HARRY TI PRESENTO SALLY

di REINER BOB, USA 1989,

* IN COMPAGNIA DI SIGNORE PERBENE

di SCOTT CYNTHIA, CAN 1991, 124

Un guasto a un pulmino costringe l'autista, una giovane nera, e sette anziane signore in gita a cercare rifugio in

una casa abbandonata nella campagna del Quebec. Non hanno viveri di scorta, la casa è scomoda, le persone

sono estranee tra di loro. Eppure passano alcuni giorni in allegria serena, imparando a conoscersi, a

comunicare, a (ri)vivere. Questo piccolo racconto eccentrico, esordio nella fiction della documentarista C. Scott

(1939), è una deliziosa chicca canadese. Tolta la trentenne M. Sweeney, cantante di gospel, le sette donne non

erano mai comparse davanti a una cinepresa e interpretano sé stesse: la più giovane ha 69 anni, la più vecchia

quasi 90. Film senza uomini da cui s'irradia un'incantevole “petite musique”. Non succede nulla, ma vi passa il

soffio della vita. Non vuole dimostrare nulla e dice molto.

* IN THE MOOD FOR LOVE

di WONG KAR-WAY, TAIW 2000, 98'

Hong Kong, 1963. Chow Mo-Wan e Su Li zhen, vicini di casa, scoprono casualmente che i rispettivi coniugi sono

amanti e inscenano come in una prova le rispettive rivelazioni. Si incontrano, si chiedono cosa staranno

facendo gli altri due, si parlano come se parlassero a loro, si guardano allontanarsi e inevitabilmente, senza

dirserlo mai, uniscono per amarsi. "In the Mood for Love" non è solo il film più bello dì Wong Kar-wai, è anche un

capolavoro senza tempo del cinema Costruito sui vuoti, sui neri che scorrono tra una scena e l'altra, sulte

attese, sulle ellissi che riempiono una vita.

* LETTERE D'AMORE

di RITT MARTIN, USA 1990, 105'

Il cuoco in una mensa aziendale perde il posto perché analfabeta. Un'energica operaia vedova con 4 persone a

carico gli insegna a leggere e scrivere. Lui si riprende. Matrimonio finale. Raro caso di film hollywoodiano

ambientato nella classe operaia. L'onesto M. Ritt dirige con diligenza, le 2 star si adoperano con zelante bravura

a rendere credibili i personaggi

* LEZIONI DI PIANO

di CAMPION JANE, FRA 1993, 118'

Nel 1825, venuta dalla Scozia, sbarca in Nuova Zelanda Ada, muta fin da bambina, sposa per procura a un

coltivatore inglese, con una figlia di nove anni, i bagagli e un pianoforte. Un vicino di casa, maori convertito,

l'aiuta a recuperare il piano che il marito rifiuta, e diventa il suo amante tra lo scandalo della piccola comunità

locale. 3o film della neozelandese J. Campion (1955), è un dramma che coniuga il romanticismo gotico di Emily

Brontë con l'acceso erotismo di D.H. Lawrence, filtrandoli attraverso la sensibilità e la lucidità di una donna di

oggi che rifiuta l'ipoteca del pessimismo tragico

* MAGNOLIA

di Anderson, Paul Thomas, USA 2000, 188

In un giorno piovoso a San Fernando Valley, ai bordi di Los Angeles, s'intrecciano molte storie che fanno capo a

9 personaggi principali: un vecchio miliardario (J. Robards) in fin di vita, assistito dalla moglie isterica , troppo

tardi innamorata, e da un infermiere volonteroso ; suo figlio , invasato predicatore maschilista che lo odia; un

ragazzino , campione di quiz in TV; un ex ragazzino prodigio fallito; un anziano conduttore TV dal turpe passato

e sua figlia cocainomane; un goffo poliziotto che s'innamora di lei. Il 3o film di P.T. Anderson – che l'ha anche

scritto e coprodotto – sarà ricordato per la pioggia finale delle rane, evento (biblico? apocalittico?) con cui si

vorrebbe – come nella struttura narrativa e nelle ambizioni di amaro affresco sociale – echeggiare America oggi

di Altman. Sono tutte storie d'amore: negato, rimpianto, cercato, immaginato, manipolato, trovato, tradito,

sprecato.

* MANHATTAN

di ALLEN WOODY, 1979,

Analisi del film: E, Dagrada, Woody Allen, Manhattan, Lindau, Torino

* MANHUNTER

di MANN MICHAEL, USA 1986,

* MARIUS E JEANNETTE

di GUEDIGUIAN ROBERT, FRA 1996, 102'

È una storia d'amore tra poveri che vivono nel quartiere popolare di Estaque a Marsiglia. Marius fa il guardiano in

un cementificio in disuso e Jeannette tira su due figli di due uomini diversi con uno stipendio di cassiera. Fanno

da coro i vicini di casa con le loro liti familiari, le loro confidenze È una favola realistica ma senza retorica né

demagogia populista, una commedia di quartiere con molta luce, una ventata di aria fresca con personaggi

amabili, credibili, raccontati con un affetto che non esclude l'ironia. L'incanto e la vitalità del film nascono dalla

sapienza con cui R. Guediguian sa mescolare il buffo e il tenero, la commedia e il melodramma.

* MASTER & COMMANDER

di WEIR PETER, 2004,

Cari genitori, e soprattutto cari papà, prima che queste vacanze finiscano, prendete per mano i vostri figli, e

regalate loro, ma anche a voi, un bel pomeriggio di cinema. Vi farà bene, a tutti. No, non vi sto spedendo

dall'ultimo Boldi, e neppure dal Pieraccioni di Natale. I difensori del cinema nazionale si arrabbieranno, ma il fatto è

che c'è un giro un film come non se ne vedono spesso. Si tratta di Master and Commander, regia di Peter Weir,

quello (tra l'altro) di “L'attimo fuggente”, un altro film che papà, e educatori in genere, dovrebbero ogni tanto

ripassarsi in video. Cos'ha di straordinario questo film? Intanto una cosa rarissima, e quindi preziosa di questi

tempi di “pensiero debole”: un concentrato di energia maschile che l'Europa non conosce più da tempo, l'America

solo a sprazzi, ed evidentemente l'arcipelago australiano conserva ancora.

Di quelle parti sono, infatti, il regista Peter Weir, australiano appunto, e il protagonista Russel Crowe (ricordate Il

Gladiatore?), neozelandese. Cosa intendo per “energia maschile”? Non preoccupatevi, nulla che abbia a che

fare con la New Age, più attenta all'energia di quanto sia l'Enel. Intendo piuttosto, mi perdonino i pacifisti di ogni

ordine e grado, il gusto di fare a botte. Quello che si manifesta in tutti i ragazzini sani, poco dopo che hanno

cominciato a camminare. Ma anche, badate bene, quello proclamato da quel giovanotto di cui si parla molto in

questi giorni, che diceva: “Non sono venuto a portare la pace, ma la guerra”, e faceva volare i tavoli dei mercanti

dinanzi all'ingresso del tempio di Gerusalemme: insomma da Gesù di Nazareth. Non sto parlando quindi del gusto

della violenza, ma di quello di lottare, per una causa giusta. Una cosa da trasmettere ai ragazzini di oggi, che

legioni di insegnanti più o meno “disobbedienti” stanno precipitando in un “pacifismo piagnucoloso”, come lo

chiamava il vecchio fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud, da cui nasce solo ipocrisia, e depressione.

Mentre invece Master and Commander, Australia aiutando, questo gusto lo trasmette. Aggiungendoci un

ingrediente molto importante per miscelare bene la voglia di fare a botte: una certa aggressiva eleganza, che la

cultura maschile conosce bene. Insomma niente sbudellamenti insistiti (caso mai solo intravisti, tra un maroso

che irrompe e un pennone che cade, a tacitare quel po' di sadismo che, ahimè, i ragazzini hanno), e invece la

finezza dell'inseguimento della nave nemica, una specie di vascello fantasma che rimane sempre tra le nebbie e i

colpi di cannone, per materializzarsi solo al momento giusto. L'inseguimento navale nei mari del sud (persino alle

Isole Galapagos, dove voleva giustamente filarsela il cavalier Tanzi): un archetipo del coraggio che oggi nessuno

mostra più, scivolati come siamo tra guerre stellari e battaglie tra cammelli puzzolenti, e paludi. La guerra è

sprofondata nel fango, tra armi chimiche e uranio impoverito, e sta a noi, a voi, i padri, dimostrare ai vostri figli

che la lotta è stata (e ancora può essere) anche altro, intelligenza, senso dell'onore, conoscenza della natura,

lealtà e rispetto per i propri compagni. Perché dobbiamo dimostrarlo? Ma perché se la lotta non ha senso, è solo il

sangue a fiumi dell'horror trash, allora sarà ben difficile staccare l'aggressività dei ragazzi dai sassi

dell'autostrada, o da rischi privi di senso, come sdraiarsi sui binari, o su una provinciale. Il problema

dell'aggressività non è sopprimerla, come pensano gli psicologi-moralisti. L'aggressività va educata, bisogna

darle uno scopo, (che nelle società giuste è la sconfitta dei malvagi), e una disciplina, di cui poi l'individuo si potrà

avvalere per tutta la vita. Qui il marinaio che dà uno spintone all'ufficiale con fama di menagramo si prende le

sue frustate davanti a tutta la ciurma (anche se il capitano che infligge la condanna è il primo a pensare che, in

effetti, il tipo mena gramo), e nessuno fiata. Alla faccia dell'educazione antiautoritaria, che, infatti, non ha mai

educato nessuno. L'intellettuale, l'esperto e coraggioso medico di bordo, protesta, ma il capitano non fa una

piega. Il Master and Commander è lui. Compito dell'intellettuale è un altro: scoprire nelle leggi della natura come

uscire dai guai. E, infatti, il medico scova un insetto, che si trasforma in uno stecco, e suggerirà al capitano come

mimetizzarsi per riuscire a piombare sul rivale. Infine, dopo la vittoria, altra lezione di suprema eleganza del

maschile coraggioso e aggressivo quanto serve, i due si organizzano un eccellente concertino per violino, tra i

legni e gli argenti della cabina di Russel Crowe, alias Jack, il capitano fortunato.

Claudio Risè

* UN MERCOLEDI' DA LEONI

di MILIUS JOHN, USA 1978, 120'

Tre inseparabili amici furoreggiano col surf sulle spiagge della California negli anni '60. Il tempo passa, la vita li

divide, ma le grandi ondate ritornano. Scandito su 4 tempi che sono 4 stagioni e 4 celebri mareggiate (estate '62,

autunno '65, inverno '68, primavera '74) e che quasi corrispondono alle burrasche politiche (dalla morte di

Kennedy allo scandalo del Watergate), non è soltanto un film sul surf e la sua mistica eroica (come l'ha praticato

lo stesso J. Milius), ma anche una malinconica saga sull'amicizia virile, su una generazione americana segnata

dal malessere esistenziale e dalla guerra del Vietnam. Uno dei più misconosciuti film dei '70. Eppure la sua

importanza – non soltanto sociologica – è pari a quella di Il cacciatore di Michael Cimino, uscito nello stesso anno.

* LA MERLETTAIA

di GORETTA CLAUDE, SVI 1977, 107'

Da un romanzo di Pascal Lainé: nella cittadina balneare di Cabourg studente universitario di famiglia agiata e

Beatrice detta Pomme, parrucchiera apprendista, si conoscono, si amano, decidono di convivere in un

appartamentino a Parigi. Lui si disamora, lei se ne va in silenzio, si ammala di anoressia, è ricoverata in un

ospedale psichiatrico. Una delle più belle storie d'amore degli anni '70 per delicatezza e profondità. È anche la

storia di un delitto, di una demolizione, una metafora del modo con cui la ricca borghesia sfrutta la classe

lavoratrice, una riflessione sulla donna come oggetto di consumo

* MIA ADORABILE NEMICA

di Wang, Wayne, USA 1999, 114'

Storia di un rapporto tra madre e figlia 14enne on the road, in viaggio di trasferimento da una cittadina del

Wisconsin alla grande Los Angeles. La più infantile delle due è la madre. Da un romanzo di Mona Simpson,

adattato dal provetto Alvin Sargent (Gente comune) e diretto con garbo, delicatezza e intelligente scelta dei

particolari dal cino-americano W. Wang (Smoke) che qui si è messo in contatto con lo yin, il suo lato femminile. Le

2 protagoniste l'hanno assecondato ammirevolmente.

* LA MIA AFRICA

di POLLACK, USA 1985, 161'

Nel 1914 la danese Karen Blixen, futura scrittrice, arriva a Nairobi per un matrimonio di convenienza con un

barone tedesco che la trascura. S'innamora di un avventuriero inglese idealista. Intanto conosce l'Africa e

matura. 7 premi Oscar (film, regia, musica, scenografie, sceneggiatura, suono, fotografia) per il più accademico

dei film di S. Pollack: prolisso, un po' leccato, romanticissimo, quasi fotoromanzo. Ma c'è un lirismo autentico di

fondo che lo riscatta. Per chi ha il mal d'Africa. Sceneggiatura di Kurt Luedtke, basata sul libro omonimo (1937) di

ricordi di Isak Dinesen, pseudonimo di K. Blixen (1885-1962)

* MOBY DICK

di HUSTON JOHN, 1956,

Il capitano Achab ingaggia l'equipaggio della baleniera Pequod in una forsennata caccia a una inafferrabile

balena bianca, mostro dei mari e terrore dei marinai. J. Huston è caduto in piedi nel ridurre in immagini il grande

romanzo (1851) di Herman Melville. Film compatto, coerente, sostenuto da una splendida fotografia di O. Morris.

Non poche le sequenze memorabili

* MONSTER'S BALL

di FORSTER NARC, USA 2002, 115'

Agente carcerario in un penitenziario della Georgia e addetto al “braccio della morte”, Hank Grotowski, cresciuto

nell'odio razziale e nel disamore, s'innamora, senza sapere chi sia, di Leticia, vedova di un criminale nero che ha

da poco condotto alla sedia elettrica.

In immagini di intensa concisione una storia di silenzi interrotti dove le emozioni prevalgono sulle azioni e i

sentimenti sono espressi dai gesti e dai comportamenti più che dalle parole. Raro esempio di film in cui si

racconta il “dopo” di un'esecuzione capitale attraverso personaggi che tentano di liberarsi dalla prigione dell'odio

e della disperazione. Una volta tanto l'eros è legato alla vita e al bisogno di amore invece che alla morte. Accanto

a un B.B. Thornton ammirevolmente sotto le righe, H. Berry (madre bianca, padre nero) dà un'interpretazione

premiata con 1 Orso d'argento a Berlino e 1 Oscar, il primo assegnato a un'attrice protagonista afroamericana

* Monster's Ball. L'ombra della vita

di Forster, Marc, ,

Agente carcerario in un penitenziario della Georgia e addetto al “braccio della morte”, Hank Grotowski, cresciuto

nell'odio razziale e nel disamore, s'innamora, senza sapere chi sia, di Leticia, vedova di un criminale nero che ha

da poco condotto alla sedia elettrica

Raro esempio di film in cui si racconta il “dopo” di un'esecuzione capitale attraverso personaggi che tentano di

liberarsi dalla prigione dell'odio e della disperazione. Una volta tanto l'eros è legato alla vita e al bisogno di amore

invece che alla morte.

* Moonlight Mile

di Silberling Brad, 2003,

Invece di focalizzare la perdita come un momento di disperazione e di sbandamento totale, riesce a mostrarci

l'ironia quasi assurda delle obbligatorie "relazioni sociali" o i momenti di imperatività che nascondono il rifiuto della

situazione, senza mai essere grottesco e comunicando comunque la presenza della persona senza mai

mostrarla o ricorre a flashback melensi. Perché alla fine è sempre così, la vita va avanti e noi ci buttiamo a

capofitto in mille attività tentando di dimenticare ed aspettando qualcosa che ci metta la sopravvivenza di nuovo

sotto una luce positiva.

Che Joe (Jake Gylleenhaal) sia ospite dei suoceri per il funerale della sua fidanzata lo capiamo solo dopo aver

visto qual sorta di strano rapporto li leghi.

Che Ben (Dustin Hoffman) e Jo Jo (Susan Sarandon) siano i genitori di quella che sarebbe dovuta essere la

moglie di Joe, è un'altra cosa di cui acquisiamo consapevolezza lentamente.

Ma soprattutto che ciò che vediamo non è ciò che ci si aspetterebbe, che il rapporto che lega i protagonisti è

decisamente particolare e che ci sono molti sottintesi e mezze verità, è la vera essenza del racconto. Quello che

manca a noi spettatori è in realtà il pezzo di vita che manca a Joe ed a Bertie (Ellen Pompeo), due persone

trascinate dalle corrente a cui serve solo una piccola spinta per raggiungere la riva. Come dicono i Rolling

Stones nel loro pezzo che da il titolo al film: "vivo solo per stare disteso accanto a te, ma sono a circa un miglio di

Luna di distanza", una distanza ormai incolmabile.

Un film sicuramente sentimentale, ma talmente ben raccontato che alla fine ci sembra di aver assistito ad una

commedia musicale, si musicale, perché sono proprio i pezzi degli anni settanta che costituiscono la spina

dorsale della pellicola che riesce a darci così tanto in maniera così semplice.

* MUHAMMAD ALI'

di KLEIN WILLIAM, USA 1974, 98'

In bianconero virato in seppia, la 1ª parte deriva da Cassius le grand (1966), documentario che il fotografo e

regista americano di sinistra W. Klein realizzò dopo la vittoria su Sonny Liston; la 2ª concerne la riconquista del

titolo mondiale che Muhammad Alì effettuò nel 1974 a Kinshasa, battendo George Foreman. Ne esce il ritratto di

un grande campione che è sicuramente un megalomane, ma divertente, lucido, coerente con le proprie idee.

* My Beautiful Laundrette

di FREARS STEPHEN, 1985,

Rampollo di una ricca famiglia pachistana a Londra mette su una lavanderia e si prende come socio un coetaneo,

inglese e povero, che è anche il suo amante. Il rapporto padrone-servo complica le cose. Una bella e

competente sceneggiatura dell'anglo-pachistano Hanif Kureishi, l'intelligenza registica di S. Frears, attori giusti,

un rapporto d'amore trasgressivo spiegano il grande successo internazionale di questo piccolo film girato in 16

mm per la TV. “La carta vincente del film è senza dubbio la sua apparente semplicità, sotto la quale però

lavorano un cinismo e una freddezza pungenti, rintracciabili soprattutto attraverso i film successivi di Frears” (E.

Martini).

* NELL

di APTED MICHAEL, USA 1994, 113'

Medico di paese della Carolina del Nord scopre nella foresta una ragazza che ha trascorso ventisei anni in

completo isolamento dal mondo civile con la madre, che soffriva di una grave paresi facciale, dalla quale ha

imparato una specie di strano idioma infantile. Con l'aiuto di una psicologa di città, il medico si occupa di lei,

impedendone il ricovero a scopi di studio. Tratto dal libro di Mark Handley Idioglossia e ispirato a un fatto vero

* Nelly e Monsieur Arnaud

di Sautet, Claude, FRA 1995, 106

Anziano e danaroso magistrato in pensione, da vent'anni divorziato, assume come dattilografa a ore la bella e

giovane Nelly, sola dopo essere stata malmaritata. I due stringono un rapporto di intensa amicizia amorosa senza

sesso, ma non senza desiderio né gelosie. Prologo ed epilogo simmetrici: un uomo solo, una donna sola. Arnaud

è un altro “cuore in inverno”, ma in disgelo. In Sautet la finezza dello scandaglio psicologico non è mai disgiunta

dalla lucidità, frutto di un lavoro di cesello, ma anche di sottrazione e depurazione.

* OGNUNO CERCA IL SUO GATTO

di KLAPISCH CEDRIC, 1996, 85'X

Chloé, ventenne estetista parigina, perde il suo gatto. Durante la ricerca fa incontri, amicizia, esperienze belle e

brutte. Il gatto è un pretesto per un vivo ritratto di ragazza d'oggi, la descrizione di un quartiere (l'11o

Arrondissement, quello della Bastiglia) in trasformazione, una colorata galleria di tipi tra cui è impossibile

distinguere gli attori professionisti e gli altri. Un bell'esempio di cinema di strada.

* Ossessione

di Visconti Luchino, ita 1943, 112'

Dal romanzo Il postino suona sempre due volte (1934) di James Cain: malmaritata a un uomo più vecchio di lei,

una donna induce un giovane vagabondo di cui è diventata l'amante a uccidere il consorte in un incidente

automobilistico truccato. Qualcosa di più di un film: una bandiera, un manifesto, un simbolo. Memorabile esordio di

Visconti, aprì la strada al neorealismo postbellico, agganciò il cinema italiano alla cultura europea della crisi, fu la

scoperta di un'Italia amara, fatta con violento pessimismo, tramite il filtro del romanzo nordamericano e del

realismo francese di J. Renoir.

* PANE E TULIPANI

di SOLDINI SILVIO, ITA-SVIZZ 2000, 115'

Dimenticata da marito e figli in un autogrill, di ritorno da una gita a Paestum, Rosalba, casalinga di Pescara, si

prende una vacanza a Venezia, trasformando, oltre alla propria, la vita di chi incontra. Sotto il segno di una

leggerezza che non esclude la profondità, 15 anni dopo l'esordio in Giulia in ottobre, S. Soldini approda alla

commedia e al successo: ottimi incassi e 9 premi David. Non è per lui una svolta né una deviazione: la

predilezione per le figure femminili è una sua costante e anche nei 2 film precedenti il tema del viaggio è centrale,

qui innestato nel genere della fiaba e nello schema del racconto di formazione. Scritto con Doriana Leondeff, è

un raro esempio di commedia dai palesi valori figurativi e cromatici.

* PAURA D'AMARE

di MARSHALL G., USA 1991, 115 '

Un cuoco, uscito da diciotto mesi di carcere per truffa, s'innamora di una cameriera che si sta leccando le ferite

di una relazione infelice e la corteggia appassionatamente cercando di vincerne resistenze, paure, diffidenze.

* PER UN PUGNO DI DOLLARI

di LEONE SERGIO, ITA 1964, 95 '

Un pistolero solitario senza nome arriva su un mulo in una cittadina messicana di frontiera, divisa in due fazioni

violente, e vende i suoi servizi al migliore offerente, mettendo gli uni contro gli altri. La vicenda è ricalcata su

quella di La sfida del samurai (Yojimbo, 1961) di A. Kurosawa, ma le sue fonti sono anche Goldoni e la

Commedia dell'arte (Arlecchino servitore di due padroni) e persino Shakespeare e il teatro elisabettiano di cui

riprende l'intrigo machiavellico, l'umorismo macabro, il décor teatrale

* LA PIU' GRANDE AVVENTURA

di FORD JOHN, USA 1939,

Poco prima della guerra d'Indipendenza colono sposa una ragazza dell'Est e la porta nella sua fattoria nella valle

dei Mohawak. Affrontano insieme i pellerossa sobillati dagli inglesi. 1o film di Ford a colori, e il suo unico

(semi)western ambientato nel Settecento. Tratto dal romanzo di Walter D. Edmonds. Il tono è lirico più che epico,

il “sogno americano” è ancora intatto. Discontinuo, con belle sequenze, senza una vera necessità drammatica.

* POMODORI VERDI FRITTI

di AVNER J., 1991, 2 H

Evelyn (K. Bates), adiposa e depressa donna di mezza età, incontra in una casa di riposo per anziani la vivace

ottantenne Ninny (J. Tandy) che le racconta la storia dell'amicizia tra la fiera Idgy (M. Stuart Masterson) e la

dolce Ruth (M.-L. Parker) e le drammatiche peripezie che le portarono a gestire insieme il Whistle Stop Café alla

fermata di un treno che non c'è più, dove si poteva gustare la specialità locale (i pomodori del titolo). Stimolata dai

racconti, Evelyn cambia vita e si porta a casa la vecchia amica

* I PONTI DI MADISON COUNTY

di EASTWOOD CLINT, USA 1995, 135'

* IL PRANZO DI BABETTE

di AXEL GABRIEL, 1987,

Al servizio di due vecchie signorine norvegesi, Babette Hersant, cuoca francese emigrata, spende una forte

somma vinta alla lotteria per allestire un pranzo per dodici persone che è un'opera d'arte gastronomica. Tratto da

un racconto (nel volume Capricci del destino, 1958) di Isak Dinesen, pseudonimo di Karen Blixen, è un piccolo

gioiello di delicata grazia e di struggente eppur serena malinconia

* Provvisorio quasi d'amore

di SOLDINI S, MARCIANO F, MAZZONI R, SEGRE D, 1988,

7 storie quasi d'amore, dirette da 7 giovani registi italiani. 7 piccoli episodi, ciascuno impregnato da un sottile

disagio che insinua dubbi nel nostro modo di vivere e pensare l'amore. Prodotto dalla milanese Indigena per RAI 3.

* RITRATTO DI SIGNORA

di CAMPION JANE, , 144'

Giunta in Inghilterra al seguito di una ricca zia (S. Winters), la giovane americana Isabel Archer (N. Kidman) si

ritrova, alla morte dello zio (J. Gielgud), erede della metà del suo patrimonio e parte per l'Italia, dopo aver rifiutato

più di una domanda di matrimonio per non perdere la libertà. A Firenze s'innamora di Gilbert Osmond, raffinato e

colto snob che la sposa per denaro, ma non tarda a capire di aver commesso un grave errore. Pur senza

trascurare la dimensione sociale del romanzo (1881) di Henry James, il film – sceneggiato da Laura Jones che

ne condensa le 600 pagine in 2 ore e un quarto – punta sui sentimenti e sui comportamenti, su un melodramma in

penombra e diventa, ancor più che in James, un memorabile ritratto dell'infelicità femminile in cui, però, i temi della

libertà e della responsabilità sono centrali

* ROMEO E GIULIETTA

di ZEFFIRELLI FRANCO, IT-GB 1968, 132'

Felice trasposizione della famosa messinscena teatrale (1960) di Zeffirelli all'Old Vic di Londra: scattante,

appassionata, giovanile (con gli interpreti principali sotto i vent'anni in regola con l'età dei personaggi). La bella

fotografia di Pasqualino De Santis e i costumi di Danilo Donati vinsero un Oscar, ma furono candidati il film stesso

e il regista. Il ritmo è così fervido che importa poco se i 2 protagonisti sono soltanto in parte all'altezza dei

personaggi. Sono una trentina le trasposizioni cinematografiche (non tutte, però, tratte da Shakespeare) della

storia degli amanti di Verona.

* SCENE DA UN MATRIMONIO

di BERGMAN INGMAR, SVE 1973, 170'

Diviso in 6 capitoli, è l'analisi di un rapporto di coppia tra Marianne e Johann su un arco di 10 anni. Nell'ultimo

capitolo, ormai divorziati e risposati, si ritrovano dopo sette anni, più maturi e adulti, scoprendo di amarsi ancora,

ma in modo diverso. C. Tra sussurri e grida, in altalena tra tenerezza e violenza, in bilico tra il paradiso (illusorio)

e l'inferno (autentico), quel che prevale in questa decennale odissea (o corrida?) coniugale è il purgatorio. Con

rarissimi esterni l'azione è fondata sulla parola, sui gesti, sul comportamento, filmata quasi sempre in primo piano

o con piani ravvicinati.

* I SETTE SAMURAI

di KUROSAWA AKIRA, GIA 1954, 220'

Nel Giappone del XVI secolo in cui orde di soldati sbandati e dediti al brigantaggio saccheggiano le campagne, la

popolazione di un povero villaggio decide di ricorrere ai samurai, nobile casta di soldati di ventura, nella speranza

di trovare qualcuno disposto a impegnarsi in un'impresa così umile e così poco remunerata. Li trovano.

Selezionati dal saggio e disincantato Kambei (T. Shimura), cinque rispondono all'appello. Il settimo è il contadino

Kikuchiyo (T. Mifune), miles gloriosus che vuole conquistarsi sul campo l'onore di essere promosso samurai.

Nella strenua difesa del villaggio quattro dei sette e molti contadini muoiono da prodi. L'attacco è respinto e nei

campi riprende il lavoro. Molti fattori contribuiscono a fare la grandezza del 14o film di A. Kurosawa: la sapienza

della costruzione narrativa (1 prologo, 1 epilogo e 4 capitoli: la ricerca dei contadini, il reclutamento dei samurai,

l'organizzazione della difesa, la battaglia che dura tre giorni e tre notti); l'ariostesca varietà degli episodi e dei

registri narrativi unita alla bellezza figurativa di questo affresco corale; la straordinaria galleria dei sette,

ciascuno dei quali rappresenta un diverso aspetto della moralità e del comportamento dei samurai; la ricchezza

dialettica nel confronto tra due culture; l'equilibrio tra la toccante elegia dei sentimenti e l'epica turbinosa

dell'azione. L'epilogo è su una nota di virile malinconia: noi samurai – dice Kambei – siamo come il vento che

passa veloce sulla terra, ma la terra rimane e appartiene ai contadini. Anche questa volta siamo stati noi i vinti; i

veri vincitori sono loro

* SFIDA ALL' O. K. CORRAL

di STURGES, USA 195, 120 '

Nel 1880 a Tombstone, lo sceriffo Wyatt Earp, aiutato dai due fratelli e dall'amico medico Doc Holliday, deve

affrontare in un duello all'ultimo sangue la feroce banda dei Clanton. È uno dei tanti western – e, forse, il più

vicino alla realtà storica – che rievocano la celebre sparatoria

* SMOKE

di WANG WAYNE, USA 1995, 110'

Esordio in sceneggiatura per Paul Auster (1949), autore di 6 romanzi, con una storia ambientata a Brooklyn nella

zona di Park Slope dove Auster vive da una quindicina d'anni. Scandito con fluida eleganza in 5 capitoli che

hanno il nome dei personaggi principali – Paul (W. Hurt), che sta elaborando il lutto della moglie amatissima,

uccisa in una rapina; Rashid (H. Perrineau Jr.), che cerca il padre che non conosce e finisce ospite di Paul;

Auggie (H. Keitel), proprietario di una tabaccheria; Ruby (S. Channing), che ha una benda sull'occhio e vuol

convincere Auggie a occuparsi della figlia tossica che ha avuto da lui; Cyrus (F. Whitaker), con il suo braccio

meccanico – Smoke non racconta una storia, ma sviluppa situazioni il cui epicentro è la tabaccheria nella quale si

raccontano molte storie (e si elogiano le delizie del fumo). È un film molto parlato, con personaggi normali ed

eccentrici insieme che, se esistessero, meriterebbero l'Oscar della simpatia

* SOLDATO JANE

di SCOTT RIDLEY, USA 1997, 121'

Se una donna ha gli stessi diritti di un uomo, perché non può diventare una guerriera nel più rischioso dei corpi

speciali (Navy Seals)? Viene scelta Jordan “Jane” O'Neil che ha ottime note di servizio. Tra fasi: arruolamento,

addestramento, impresa militare (in Libia). La storia è raccontata dal punto di vista del delirio masochista della

protagonista

* SOTTO LA SABBIA

di SAX GEOFFREY, FRA 2000, 90'

Sposati senza figli da venticinque anni, Marie e Jean in vacanza vanno a fare un bagno in mare su una spiaggia

semideserta. Lei s'addormenta, lui scompare senza lasciare tracce. Marie non crede alla sua morte, rifiuta il lutto,

torna a Parigi e riprende la vita di sempre all'ombra di un'ombra. Al 4o film il giovane F. Ozon (1967) racconta –

spingendosi ai limiti del visibile filmico – quello che in psichiatria si definirebbe un caso di nevrosi delirante come il

percorso di una donna traumatizzata che, nell'assenza del corpo amato, non può e non vuole accettarne la

morte. Scritto con finezza dal regista con Emmanuéle Bernheim, è il frutto intelligente di un cinema non autoritario

che lascia libero lo spettatore di porsi domande e di dare le risposte che preferisce.

I luoghi, il tempo, i corpi sono materia viva nell’ultima pellicola di François Ozon. Il giovane regista francese li

intreccia, li sovrappone, fa in modo che gli ambienti non costituiscano un semplice sfondo. Li trascina in

superficie allineandoli ai personaggi e crea un unico piano visivo in cui gli elementi che compongono

l’inquadratura - che siano persone, oggetti - diventano veicoli di significato ed emozioni. Il mare che ruba a Marie

(Charlotte Rampling) suo marito Jean (Bruno Cremer), la casa di vacanza nelle Landes, persino la macchina, che

rappresenta un luogo di raccordo fra uno spazio e l’altro, sono protagonisti quanto lo è Charlotte Rampling in

questa particolare messa in scena del dolore.L’attrice riesce perfettamente a stabilire un dialogo con le cose e a

mantenere viva l’attenzione su se stessa, senza che si avverta l’esigenza di vederla risaltare sullo sfondo

attraverso l’uso di primi piani, consapevole di quale sia lo spazio a lei concesso. Spazio che sfrutta al massimo

rispettando ed esaltando gli elementi con i quali è costretta a spartirsi ogni inquadratura.Intersezione e

sovrimpressione sono le armi con cui Ozon combatte, con sufficiente spavalderia, una personale battaglia

contro gli accademismi che caratterizzano un certo cinema didascalico. Tutto parla nelle inquadrature di Ozon. Il

sentimento non è richiamato o anticipato, ma è vivo in ogni fotogramma, il regista è talmente rigido nel rifiutare

qualsiasi possibile caduta nel descrittivismo che impone con un briciolo di presunzione una poetica sicuramente

personale.Il dolore, legato alla perdita e al suo rifiuto, di Marie che non riesce ad accettare la misteriosa

scomparsa del marito Jean, non si materializza negli oggetti e negli spazi che ricompongono il mènage della

coppia, ma vive in questi; una scrivania, una tappezzeria, non sono complementi, ma si fanno soggetti narrativi e

veicoli emozionali. La cinepresa non abbandona mai la protagonista, e non la lascia mai sola. I totali dominano sui

primi piani, il delirio psicologico nel quale Marie si culla è severamente accostato a una realtà fatta di luoghi, di

persone che non appartengono al mondo interiore della donna e che parallelamente procedono in un incedere

che mai le concede riposo. Ozon rifiuta il cinema dei volti, fatto di fughe introspettive nell’intimo di una sofferenza

refrattaria all’inesorabile scorrere del tempo. Il meccanismo del dolore che conduce all’astrazione dalla realtà è

fin troppo stereotipato. Il cineasta offre un’immagine inedita della sofferenza, la sublima trasformandola in un

artificio, le attribuisce un ruolo di funzionalità; nell’affrontare quotidianamente l’impegno di vivere, Marie utilizza il

dolore come strumento di sopravvivenza e di socialità, lo raccoglie in diverse forme: nel groviglio di corpi nudi, il

suo e quello di Vincent, abbandonati ad un atto sessuale che si nutre di quella stessa sofferenza, oppure

acquistando capi d’abbigliamento che il marito non indosserà mai o pensando di poter abitare un’altra casa che

non sia quella in cui ha vissuto con Jean. In bilico o in equilibrio fra una realtà che è sempre presente e il rischio

di sprofondare nel proprio abisso di dolore, Marie è impietosamente sottoposta alla costante presenza della

cinepresa che non indulge con un montaggio articolato. Al contrario la perseguita senza allentare mai

l’attenzione, la segue fra gli scaffali del supermercato, in metropolitana, in macchina, fra le stanze della sua

abitazione, non l’abbandona mai. Ozon si esibisce in una lunga serie di movimenti di macchina senza tagli dando

vita ad un vero e proprio pedinamento che cessa su quella spiaggia dove Marie aveva perso Jean un anno prima

e dove ora si esibisce in una corsa surreale, volutamente statica, sospesa fra l’immagine fantastica di Jean,

verso cui si muove, e la consapevolezza reale dell’impossibilità di raggiungerlo

* SPERIAMO CHE SIA FEMMINA

di MONICELLI MARIO, ITA 1985,

Declino di una famiglia del latifondo toscano (Grosseto) che gestisce un'azienda agricola e in cui contano (e

lavorano) soprattutto le donne. Grande film borghese che arricchisce il povero panorama del cinema italiano

degli anni '80 per il sapiente impasto di toni drammatici, umoristici e grotteschi, la splendida galleria di ritratti

femminili, la continua oscillazione tra leggerezza e gravità, il modo con cui – senza forzature ideologiche –

sviluppa il discorso sull'assenza, la debolezza, l'egoismo dei maschi

* The Shipping News – Ombre dal profondo

di Hallström, Lasse, USA 2001, 111

Dopo la morte della moglie separata, il tipografo Quoyle, grigio e infelice uomo comune, lascia la provincia di New

York e si rifugia con la figlia e una zia in un villaggio di pescatori di Terranova (Canada), luogo d'origine dei suoi

antenati, trovando se stesso, un nuovo lavoro (cronista in un giornale locale), un nuovo amore

* THELMA & LOUISE

di SCOTT R., USA 1991, 128 '

Da una cittadina dell'Arkansas due amiche partono in auto per un week-end lasciando volentieri a casa i

rispettivi uomini. Quando Thelma (G. Davis), la più giovane, sta per essere violentata, Louise (S. Sarandon)

interviene e uccide l'aggressore: la loro gita si trasforma in fuga. Braccate dalla polizia, le due fuggitive scoprono

una nuova dimensione della vita e una parte sconosciuta di loro stesse. 7o film dell'inglese R. Scott e uno dei

suoi migliori. Il merito è anche della sceneggiatura – premiata con l'Oscar nell'anno di Il silenzio degli innocenti – di

Callie Khouri che gli ha fornito una bella storia, una feconda combinazione di dramma e commedia, due

personaggi vivi, un punto di vista nuovo, un discorso insolito che riprende l'anarchismo liberale del cinema di

strada degli anni '60. Con due ottime interpreti – ben doppiate da Rossella Izzo e Donatella Nicosia – è uno dei

film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood.

* TREDICI VARIAZIONI SUL TEMA.

di Sprecher Jill, 2002,

Un uomo che si avvicina alla mezza età decide di cambiar vita. Un brillante avvocato vede progetti e ambizioni

sconvolti da un singolo atto. Una donna deve fare i conti con l’infedeltà del marito. Un rancoroso uomo d’affari

vuole vendicarsi di un collega sereno e cordiale. E una donna delle pulizie, aspetta con inguaribile ottimismo, un

miracolo.

Tutte queste persone si trovano a porsi la fatidica domanda che li rende comuni mortali: cos’è la felicità, ma

soprattutto, come si fa ad ottenerla?

* TURISTA PER CASO

di KASDAN LAWRENCE, USA 1988, 122'

La morte tragica dell'unico figlio induce Sarah (K. Turner) a lasciare il marito Macon (W. Hurt), autore di guide

turistiche che si trasferisce in casa dei suoi fratelli scapoli. Muriel (G. Davis), estroversa istruttrice di cani, fa

breccia nel suo muro d'isolamento. Quando torna la moglie, Macon deve scegliere. Tratto da un romanzo di Ann

Tyler, il 4o film di L. Kasdan bilancia con sagacia dramma e commedia, analisi psicologica e bozzetto, gravità e

leggerezza

* TUTTO SU MIA MADRE

di Almodóvar, Pedro, SPA-FRA 1999, 101'

La nubile Manuela (C. Roth) perde l'adorato figlio diciassettenne Esteban in un incidente. Va a Barcellona per

ritrovare un altro Esteban (T. Canto), ignaro di essere il padre del ragazzo, che intanto ha cambiato sesso,

diventando Lola, e ha messo incinta anche Rosa (P. Cruz), suora laica, rendendola sieropositiva (“Non sei un

essere umano: sei un'epidemia!”). Manuela ritrova l'amica transex Agrado (A. San Juan), diventa segretaria di

Huma (M. Paredes), famosa attrice di teatro lesbica, e sostituisce sulle scene l'amante di lei Nina (C. Pena)

tossicodipendente. Rosa muore di parto, dando alla luce un terzo Esteban

* L' ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO

di SCORSESE MARTIN, YSA 1988, 161'

Gesù falegname fabbrica croci per i Romani. Rimproverato da Giuda, inizia la predicazione; poi, perché il suo

destino si compia, chiede a Giuda di tradirlo e, sulla croce, ultima tentazione, sogna la vita che avrebbe fatto

sposando la Maddalena. Il Cristo di Scorsese è un'originale creatura di poesia visionaria, un dio fragile e

compromesso, estraneo alla vulgata oleografica e alle velleità iconoclaste. Duramente contestato dal Vaticano e

dai fondamentalisti cattolici, è uno strepitoso film sul dubbio e sulle possibilità mancate di un destino.

* L' ULTIMO BACIO

di MUCCINO GABRIELE, ITA 2001, 100'

Tracce di vita amorosa e destini incrociati. Generazioni a confronto: con gli altri, con il mondo, con se stesse. Un

girotondo che coinvolge tutti: ventenni, trentenni,

cinquantenni. Occorre fare i conti con il tempo che passa, con il peso delle responsabilità, con la voglia di

cambiare. E dare una svolta alla propria esistenza, con il desiderio di (non) crescere e cercare nuove

esperienze. Ecco il segreto del successo del giovane Muccino, che con mano sicura tratteggia un ritratto

transgenerazionale, parlando di decisioni e di indecisioni, di maturità e di immaturità, voglia di partire e voglia di

restare.

* L' UOMO CHE SUSSURRAVA AI CAVALLI

di Redford, Robert, USA 1998, 169'

Dal romanzo omonimo (1995) di Nicholas Evans, sceneggiato da Eric Roth e Richard Lagravenese. Figlia di ricchi

professionisti , la quattordicenne Grace MacLean è vittima a New York di un incidente stradale in cui muore una

cara amica, lei perde una gamba e il suo amato purosangue Pilgrim rimane malconcio. Convinta che l'avvenire

della figlia sia legato a quello del cavallo, la madre Annie si reca con la figlia in una fattoria del Montana dove vive

Tom Booker, celebre per la sua conoscenza dei cavalli. Lunga la cura: Grace e il suo Pilgrim guariscono, Annie

s'innamora di Tom, ma decide di continuare la sua vita accanto al marito e alla figlia.

* IL VECCHIO E IL MARE

di STURGES JOHN, USA 1958, 86'

Vecchio e indomito pescatore del Golfo del Messico sogna da una vita di pescare un grande pesce spada. Lo

trova e la lotta dura tre giorni. Nel viaggio di ritorno voraci pescecani gli spolpano la preda. Diligente

trasposizione di un famoso e sopravvalutato racconto (1952) di E. Hemingway la cui retorica allegoria stride. Il

bravo Tracy e la bella fotografia (4 operatori tra cui Y. Wong Howe e F. Crosby) non bastano. Oscar per le

musiche di Dimitri Tiomkin.

* West Side Story

di Wise, Robert, USA 1961, 151

Versione cinematografica di un musical (1957) di A. Laurents-L. Bernstein-S. Sondheim: è la storia di Giulietta e

Romeo trasferita nei quartieri popolari della West Side di New York City, non senza insistenza sui temi dei

conflitti razziali e della violenza e con qualche spunto polemico verso i miti di libertà e tolleranza negli USA

* WILDE

di GILBERT BRIAN, GB-USA-GIA 1997, 116'

Successi, gioie, dolori e disgrazie dello scrittore irlandese Oscar Wilde (1854-1900): la vita di società, il

matrimonio con Constance , il successo delle commedie, l'amore per i figli, il fatale incontro con il nobile Alfred

Douglas detto Bosie di cui s'innamora, il processo per sodomia, la condanna, i due anni di lavori forzati. Scritto

da Julian Mitchell e ispirato a un libro di Richard Elman, è più accurato storicamente dei 2 film inglesi del 1959

sullo stesso personaggio (Il garofano verde e Ancora una domanda, Oscar Wilde!) e, ovviamente, quello che

può esporre più liberamente il tema dell'omosessualità. Ma il tema profondo è il destino di reietto che fece del

geniale irlandese un giullare di corte da togliere di mezzo per non turbare l'anima puritana della Londra dell'ultimo

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